L’acqua: per difenderla, liberalizzare la gestione, aumentare il costo.

27 11 2009

Demagogia intorno all’acqua, che costa troppo poco.

Peccato che la sinistra non abbia il coraggio di dirlo.

Sì alla liberalizzazione, sì all’aumento del costo dell’acqua, sì alla riduzione dei consumi, sì all’eliminazione degli sprechi, sì agli incentivi per il riutilizzo e il riciclo.

Questo è ambientalismo.

Il dibattito parlamentare delle ultime settimane sulla norma per la riforma dei servizi pubblici – compresa la liberalizzazione dell’acqua – ci ha messi di fronte all’ennesima drammatizzazione delle relazioni politiche tra maggioranza-opposizione.

L’acqua verrà privatizzata, oppure no? Secondo il centrodestra, assolutamente no; secondo il centrosinistra assolutamente sì, con un corollario che dovrebbe aprire scenari intollerabili: l’aumento delle bollette.

Padre Zanotelli è intervenuto nel dibattito con parole di fuoco: “Maledetti voi …. non posso usare altra espressione per coloro che hanno votato per la privatizzazione dell’acqua , che è quella usata da Gesù nel Vangelo di Luca, nei confronti dei ricchi ”Maledetti voi ricchi… Maledetti coloro che hanno votato per la mercificazione dell’acqua.” Ha ragione, ho torto? Gli risponde indirettamente Carlo Scarpa, uno degli economisti “progressisti” de “La voce.info”: “È triste che qualcuno chiami tutto questo “la privatizzazione dell’acqua”. È cattiva informazione, ai limiti della mala fede. Quello che si vuole è la messa a gara dei servizi.”

Di fronte alle “solite” polemiche, l’opinione pubblica resta disorientata, ma probabilmente è restia a dare credito ai catastrofisti.

A prescindere dal provvedimento discusso in Parlamento (e soprattutto dal metodo imposto dal governo), il merito del problema ha connotati precisi: si tratta di sottrarre la gestione dell’acqua a metodi fallimentari e clientelari, per portare un po’ di trasparenza e di efficienza.

Che il bene “acqua” debba restare pubblico, è ovvio; che la gestione possa essere caratterizzata da diverse modalità, è altrettanto ovvio, come è certo che ogni modalità deve scontare l’efficacia dimostrata quando è stata utilizzata.

La gestione dell’acqua in Italia è caratterizzata dallo spreco; secondo Eurispes mediamente il 42% dell’acqua erogata nel 2008, é stato disperso; per dichiarare un acquedotto soddisfacente, in Europa la dispersione deve ruotare attorno al 10 %.

Quindi bisogna da un lato rimediare alla dispersione dell’acqua dovuta agli attuali acquedotti e contemporaneamente avviare una politica seria di difesa di un bene prezioso, destinato comunque a diminuire rapidamente.

E’ di tutta evidenza che la liberalizzazione non può essere l’unico modo per difendere l’acqua, ma certamente è uno degli strumenti per garantire maggiore efficienza alla gestione della rete; d’altro canto, le aziende pubbliche efficienti non avranno problemi a vincere le gare di appalto, mentre quelle inefficienti (e perciò dannose per i cittadini utenti/contribuenti e per l’ambiente) resteranno senza nulla da fare e verranno liquidate (almeno si spera).

La liberalizzazione, però, trova la netta opposizione di coloro che vorrebbero rendere o mantenere pubblico (anzi, statale o comunale) ogni servizio o attività sul territorio (compresi, ad esempio gli aeroporti: ne sappiamo qualcosa a Treviso, dove anche la sinistra voleva il Comune imprenditore), e trova la diffidenza della Lega, abituata da anni (Treviso ne è buona e silenziosa testimone) ad avere uomini di fiducia politica nei Consigli di amministrazione.

Resta vero, invece, che proprio e solo con una vera liberalizzazione il Comune può svolgere il ruolo si progettista dei servizi e controllore della loro qualità, mentre questi ruoli non possono essere svolti se il Comune è controllato e controllore (perché sarà sempre portato a scaricare le inefficienze di un’azienda nei bilanci generali).

Può essere che la liberalizzazione aumenti il costo dell’acqua? Anche su questo piano bisogna essere coraggiosi e chiari: l’acqua in Italia costa troppo poco, deve costare di più, per il bene di tutti, specie dei nostri nipoti. Quest’anno la tariffa media dell’acqua è risultata pari a 1,29 euro al metro cubo. A Roma si pagano 177 euro per un consumo di 200 mc di acqua; a Tokyo per la stessa quantità si pagano circa 280 euro, a San Francisco poco più di 400; 430 euro a Helsinki, 560 a Bruxelles, 740 euro a Parigi, 800 a Zurigo e quasi 970 euro a Berlino.

L’acqua deve costare di più, e non deve essere più sprecata; per cui l’aumento delle tariffe deve essere compensato da una riduzione di consumi di acqua potabile, e dall’introduzione di sistema di riutilizzo e di riciclo dell’acqua piovana e dell’acqua già utilizzata in casa.

Ovviamente l’acqua deve costare di più per essere difesa, non per arricchire qualcuno. Chi farà le barricate contro gli aumenti, è un nemico dell’ambiente; al contrario, dalla politica ambientalista e di centrosinistra mi aspetto che, a fronte della giusta proposta di aumentare il costo dell’acqua, vi siano proposte precise per eliminare gli sprechi (acquedotti e pompe a getto continuo) ridurre i consumi, con una politica di educazione, con incentivi economici a riutilizzare l’acqua non più potabile e recuperare l’acqua piovana.

Nel contempo servono norme che garantiscano la trasparenza degli appalti, l’efficacia della nuova gestione e la correttezza dei controlli: qui si giocherà il ruolo dei riformisti.

L’importante è non fare demagogia e non disinformare i cittadini: non c’è in corso alcuna privatizzazione dell’acqua, la gestione va liberalizzata, l’acqua deve costare di più, servono incentivi economici e culturali per utilizzarla meglio, consumarne meno ed eliminare gli sprechi.





Influenza A e vaccino: Veronesi e Chiaberge, finalmente si ragiona.

11 11 2009

Finalmente due posizioni razionali, sull’influenza A e sul relativo vaccino.

Due interventi razionali sull’influenza A e sul Vaccino, il primo di Umberto Veronesi (da La Stampa), il secondo di Riccardo Chiaberge (dal Sole 24 ore).

Tratto da La stampa del 3 novembre 2009

Niente panico: il virus è raramente letale

di Umberto Veronesi

Esiste una via di mezzo fra psicosi e superficialità nell’affrontare il caso della nuova influenza A. E’ quella della razionalità. I dati scientifici in tutto il mondo ci dicono che il virus A è raramente letale.

E non è molto più aggressivo dell’influenza stagionale. Ha però delle caratteristiche peculiari: è molto contagioso e colpisce una fascia d’età nuova per una sindrome influenzale, che è quella dai 5 ai 14 anni, spesso in una forma grave che richiede il ricovero. Se stiamo agli ultimi dati ufficiali, rispetto a una media in Italia di 3,8 casi ogni 1000 abitanti, questa fascia di età ha un’incidenza di 13,02 ogni 1000 soggetti, che è effettivamente alta. Non ci sono però dati che giustifichino un allarme circa la mortalità: anche i casi di decesso in Italia come quelli nel resto del mondo, riguardano età diverse e sono per lo più legate a gravi malattie già esistenti (che vanno dalla tubercolosi polmonare, alle cardiopatie, alla broncopatia ostruttiva fino al diabete e l’obesità) o più raramente, come nel caso della signora di 46 anni di Messina, a complicanze causate dal virus. Altra informazione che la scienza ci dà è che non ci sono segni nel mondo di mutazione del virus, cioè della sua trasformazione in una forma più grave, che è il vero pericolo delle nuove pandemie. L’ultimo dato, e non certo in ordine di importanza, è che esiste un vaccino (in realtà ce ne sono diversi tipi) che ha dimostrato efficacia. Ovviamente non esiste ancora un controllo molto prolungato, cioè non sappiamo la durata della protezione nel tempo, ma sappiamo dai dati dell’altro emisfero, da cui il contagio è partito, che la vaccinazione funziona.

Dobbiamo ricordare che un vaccino è un farmaco e tutti i farmaci hanno effetti collaterali e dunque minime percentuali di rischio per la salute; ma questo vale per tutte le medicine, anche per gli antibiotici, che hanno cambiato la storia dell’uomo. E come tutti i farmaci ha dietro di sé un processo produttivo, ma questo non ci autorizza a pensare che la vaccinazione sia solo un business dell’industria farmaceutica, come qualcuno ama insinuare. E’ inevitabile che ci siano interessi economici in gioco, ma la questione centrale che fa decidere la sanità mondiale per il vaccino è la salute della gente e pensare ad una macchinazione finanziaria di dimensioni planetarie è sbagliato.

Che fare allora? Di fronte a questo quadro obiettivo, il buon senso, oltre che la medicina, ci consiglia di aderire alla campagna di vaccinazione, così come è stata predisposta dal nostro governo. Il programma è di vaccinare subito i gruppi a rischio (personale sanitario, forze di pubblica sicurezza e protezione civile, donne al secondo o terzo mese di gravidanza, i malati cronici di ogni fascia di età) e poi il 40% della popolazione entro i primi mesi del 2010. Va detto che di fronte ad un nuovo virus, la medicina deve essere pronta a «navigare a vista»: se il contagio si evolve in modo inaspettato, la strategia vaccinale può cambiare e dare priorità a fasce diverse. La flessibilità e la prontezza di reazione diventano le caratteristiche più importanti della sanità di un Paese e fino ad ora mi sembra che Europa e Italia si siano comportate con efficacia.

Vaccinarsi è un atto di responsabilità individuale e civile perché, come dice l’Organizzazione Mondiale della Sanità, una pandemia influenzale è causata da un virus che può esser del tutto nuovo nella popolazione umana e questo crea una generale vulnerabilità all’infezione. Questo significa che anche se non tutta la popolazione viene contagiata nel momento dell’infezione, quasi tutti si possono potenzialmente infettare. Il vaccino è dunque un modo, oltre che per proteggersi da un malanno comunque molto fastidioso, per contenere il più possibile la diffusione nel momento di picco: il fatto che molte persone si ammalino nello stesso periodo crea un sovraccarico per le strutture sanitarie che fanno poi fatica ad occuparsi dei casi più preoccupanti, e il suo affanno crea una situazione di panico nella popolazione. Una volta di più il mio invito è alla misura: non serve la corsa ansiosa alla vaccinazione perché non siamo in imminente pericolo di vita, ma non bisogna sottovalutare il problema. Serve seguire le norme più semplici di prevenzione senza fobie, e aderire alle campagne di vaccinazione.

Tratto da Il sole 24 ore del 10 novembre

Media e pandemia

L’influenza ha il vaccino, le “bufale”non ancora

di Riccardo Chiaberge

Lettrici e lettori attenzione, sta dilagando una pandemia se possibile più insidiosa dell’influenza A. È l’influenza B: come Bufala. Se provate a digitare su Google «vaccino» o «vaccinazioni», vi si rovescerà addosso un torrente di allarmismo fangoso, legioni di dèmoni scatenati e di bestie dell’Apocalisse.
Centinaia di blog, giornali online e siti di controinformazione (citiamo per tutti «L’Angolo del Gigio») propalano senza il beneficio del dubbio le «terribili verità» che gli gnomi della sanità mondiale, dall’Oms in giù, ci tengono nascoste per i loro nefasti disegni.

Vaccinarsi contro il virus H1N1? Non se ne parla nemmeno. È dimostrato per esempio, anzi assolutissimamente certo che l’autismo è causato dai vaccini: prova ne sia che non ci sono bambini autistici tra gli Amish della Pennsylvania (ricordate il film Witness con la stupenda Kelly McGillis?), una comunità religiosa di origine olandese che ha scelto di vivere come nell’Ottocento, separata dal resto della popolazione, senza cerniere lampo né tv, e che rifiuta di vaccinare i propri figli.

È sicurissimo che il vaccino, «a lungo termine», provoca danni irreparabili al sistema immunitario, sclerosi multipla e artrite reumatoide, come possomo testimoniare i reduci dalla Guerra del Golfo. È provato che nei preparati che dovrebbero proteggerci dalla pandemia sono presenti micidiali nanoparticelle che possono attaccare cellule sane. E comunque sia, non vorrete mica fare un favore a Big Pharma, la cupola d’affari più potente del mondo, che ormai fa impallidire per fatturato l’industria delle armi, e che si inventa flagelli di Dio al solo scopo di rimpinguare i profitti?

Il fatto più sconcertante è che siano i medici per primi ad alimentare questa psicosi, sconsigliando la vaccinazione ai propri pazienti. E i medici, si suppone, dovrebbero avere le carte in regola per giudicare e decidere in scienza e coscienza.

Sabato scorso il quotidiano parigino Libération ha sparato in prima pagina l’immagine di una siringa col titolo: «Il virus del dubbio». Nell’editoriale si prende atto del clima di ostilità generale, della tesi del «complotto igienista» di cui potrebbero essere accusate le autorità francesi che hanno acquistato 98 milioni di dosi di vaccino e ora devono smaltirle in qualche maniera, ma conclude con una messa in guardia contro ogni «oscurantismo» che esporrebbe la popolazione a rischi mortali in caso di epidemia. E cita Voltaire, che nel ‘700 fu tra i primi paladini della vaccinazione di massa.

Navighiamo in acque inesplorate, e come sempre in questi frangenti ci vuole cautela, razionalità e sangue freddo. Certo, nel caso dell’Italia, saremmo forse meno diffidenti se il viceministro alla salute Fazio non si mostrasse così corrucciato, se ogni tanto ci regalasse un sorriso. Ma a pesare soprattutto è il pregiudizio antiscientifico di tanta parte dell’opinione pubblica, anche di quella più acculturata, che vede nella medicina ufficiale un covo di dottor Mengele, e si cura esclusivamente con l’omeopatia e i fiori di Bach, che sono tanto più chic degli antibiotici.

L’influenza A è un nemico subdolo e imprevedibile. Come ha scritto l’altro ieri sul nostro supplemento «Domenica» l’immunologo Alberto Mantovani, «la scarsa aggressività e il basso rischio di complicanze gravi e mortalità per il singolo individuo, confrontabile, se non inferiore, a quello dell’influenza stagionale, non sono motivo per non far ricorso al vaccino. Infatti, anche per l’influenza stagionale, tutti gli anni viene approntato un vaccino ad hoc che è fortemente consigliato». Di rischi ce ne sono in tutti gli interventi medici, ma la vaccinazione si colloca ai livelli più bassi. E il principio di precauzione andrebbe applicato a 360 gradi. Chi ci garantisce, ad esempio, che ingozzarsi di papaia fermentata sia una difesa efficace contro il virus? Che non danneggi alla lunga il nostro organismo? Visti i prezzi, di sicuro fa bene a chi la produce. Quanto a noi, che non viviamo tra gli Amish, nessuno lo sa.





L’organetto di Monsieur Fournier

26 09 2009

L’organetto di Monsieur Fournier a Longiano

Orgue de barberie

Orgue de barberie





L’organetto di barberia

26 09 2009

L’irganetto

Organetti e costumi

Organetti e costumi

tolosa

marie clown

 La rocca malatestiana di Longiano





Fesserie padane: monàe.

1 08 2009

Da Repubblica.it (A. Caporale)

Treviso, ecco l’albo delle badanti: “corsi di dialetto e usi locali”

La provincia di Treviso, riferisce la Padania, sta istituendo un albo delle badanti. Per accedervi bisognerà frequentare un corso in cui, tra l’altro, è previsto l’insegnamento del dialetto. “Un modo – assicura il presidente Leonardo Muraro – per far sì che la badante tenga conto dello stile di vita dell’anziano, dei suoi usi e dei suoi costumi”.

La Marca trevigiana, sempre una punta più avanti dell’Italia, alza ancora un po’ l’asticella e impone all’immigrato un impegno suppletivo: imparare, immaginiamo in cento ore, il veneto in modo da “inserirsi nel contesto”, sentirsi del contesto: i danè, lo spriz…

La regola, tenacemente federalista, semplifica o complica, questi sono punti di vista, la linea d’azione che il governo – anch’esso federalista – aveva già delineato.

Corsi intensivi di italiano e classi separate per i figli di immigrati, pugno di ferro per coloro che volessero ottenere la cittadinanza senza conoscere la lingua nazionale, i principi generali, i colori della bandiera. Alle romene, alle moldave, alle africane il nord est chiede qualcosa in più: non basta l’italiano, serve il dialetto e il massimo della condivisione locale: a queste donne e uomini è domandato di riconoscere il genius loci, acquisire in modo piuttosto intensivo l’idea cardine di vita che indirizza la famiglia-tipo e le regole elementari di una civile convivenza. La forchetta, e bisognerà pure saperlo, lassù si chiama “el piron”, la pentola “a tecia”, la sedia “a carega”…

L’idea di fondo, con la costituzione dell’albo, sembra essere la realizzazione di un nucleo territoriale di extracomunitarie su base regionale, piuttosto definito e chiuso, impermeabile e sorvegliato.

Il presidente della Provincia di Treviso ritiene giusto infatti rendere “obbligatoria per gli stranieri la conoscenza del dialetto”. “Mi sembra, aggiunge Muraro, una posizione del tutto logica e condivisibile”. Non si conosce se altre istituzioni locali abbiano in animo di seguire l’esempio. E non è da escludere che albi e corsi di integrazione territoriale vengano proposti e ideati anche altrove. Moldavo-calabresi e moldavo-piemontesi, a ciascuna la sua nonna a cui tenere compagnia, a ciascuna la sua forchetta e la sua sedia, chiamandola come il luogo richiede più che come la lingua italiana esige.

La Marca, provincia ricca e laboriosa, area di capannoni e di lavoro, oggi seriamente in difficoltà per la crisi internazionale, prova a fare un altro passo per distinguersi dal resto del Paese.

E la sua decisione segue di poche ore la delibera, questa volta del consiglio provinciale di Vicenza, di bloccare l’immissione in organico di dirigenti meridionali essendo troppo sperequata, a discapito del Nord, il rapporto: troppi presidi calabresi e troppo pochi quelli veneti. Sperequazione che trova motivo nella magnanimità con cui il Sud abilita e gratifica. E in effetti la prova del nove di un Meridione piuttosto comprensivo la diede proprio il ministro della Pubblica istruzione che, quando dovette scegliere la sede appropriata per l’esame di abilitazione alla professione di avvocato decise di abbandonare Brescia, la sua città, e chiedere ospitalità ai calabresi di Catanzaro. Più rilassati, più disponibili, e, per l’appunto, più ragionevoli.





NO al referendum truffa!

15 06 2009

Le bugie del referendum elettorale.

I falsi riformatori Segni, Guzzetta, Fini e il PD (e fino a ieri anche Di Pietro e Berlusconi) dicono un sacco di bugie sul referendum elettorale che hanno promosso.

Dicono che se vince il SI’:

1. si manderà a casa la partitocrazia;

2. ci libereremo delle nomenklature dei partiti;

3. si avrà una maggiore responsabilizzazione dei parlamentari eletti;

4. i cittadini-elettori conteranno di più;

5. sarà uno stimolo a fare una nuova legge.

Non solo non è vero, ma è vero il contrario:

1. il premio di maggioranza verrebbe assegnato al partito di maggioranza relativa, anche se avesse il 20% dei voti; e quel partito, con il 55% dei deputati, nominerebbe anche gli organi di garanzia istituzionale e costituzionale;

2. le liste sarebbero fatte ancora dai segretari di partito e in modo ancora più rigido; e probabilmente essi, per guadagnare il premio di maggioranza, farebbero accordi con i partitini satelliti, candidando i loro esponenti per prendere anche quei voti; quindi potremmo avere delle liste litigiose e conflittuali: alleanze per prendere i seggi, non per governare;

3. i parlamentari eletti sarebbero fedeli al loro segretario di partito, invece che agli elettori;

4. gli elettori non conoscerebbero gli eletti, che non avrebbero alcun legame (se non casuale) con il territorio;

5. i cittadini non conteranno nulla: non potranno né scegliere i loro rappresentanti, né controllare il loro operato, né giudicarli per ciò che hanno fatto. Insomma: la pessima legge in vigore (il Porcellum) può anche peggiorare, e diventare un Super Porcellum.

E non c’è alcuna speranza di una nuova legge, perché se volessero potrebbero farla già fatta.

A chi conviene tutto ciò? A Berlusconi certamente.

E allora perché Franceschini e il PD sono per il SI’?

E perché Di Pietro, che adesso è contrario, ha raccolto le firme con tanto di fanfare e sbandieratori?

Misteri della demagogia italiana, di destra e di sinistra.

Ma la partitocrazia è tremenda e abbraccia ogni opzione: l’UDC e la Lega (per i NO) sono i grandi artefici del Porcellum vigente; l’estrema sinistra e i partitini sono per il NO per spirito di sopravvivenza; il PD e l’ex AN sono per il Sì, e vorrebbero eliminare il Porcellum con una legge ancora peggiore.

Nessuno (a parte i Radicali) che proponga l’unico modello elettorale che davvero responsabilizza gli eletti e gli elettori: una legge uninominale e maggioritaria (magari con elezioni primarie per la scelta dei candidati).

In realtà siamo di fronte ad un referendum truffa, un referendum da bocciare.





Vota la lista Bonino-Pannella

3 06 2009

Alle Europee, vota la lista Bonino-Pannella

- per costruire la patria europea e andare oltre l’Europa delle patrie;

- per essere certi che le battaglie per la laicità, per il rispetto della Costituzione e per i diritti civili vengano condotte fino in fondo;

- per costruire un vero Partito Democratico “europeo”, con “elezioni primarie” vere, e andare oltre le nomenklature cooptate da DS e Margherita;

- per creare quell’alternativa reale al berlusconismo, che oggi non esiste.

Puoi esprimere tre preferenze:

Noi consigliamo:

Emma Bonino;

Marco Pannella;

Raffaele Ferraro (un giovane compagno radicale di Salgareda, TV, laureato in legge; con noi sostiene le battaglie sul testamento biologico, la laicità, i diritti civili a tutte le altre).

Pensaci: l’assenza dei radicali dal prossimo parlamento europeo è più grave di quella di qualsiasi altro gruppo politico.

Con il nostro voto possiamo lasciare a casa un parlamentare battagliero e mandare a Bruxelles un signorsì. Ci conviene?





Università a Treviso? Chiudiamola. Non sarà un dramma.

16 05 2009

L’Università di Treviso? Chiudiamola, non sarà un dramma.

Polemiche tra l’Università di Padova e il Presidente della Fondazione Cassamarca De Poli. Gentilini si inserisce polemizzando con De Poli. Gobbo tace e prende tempo, come sempre.

Il centrosinistra e la sinistra non sanno cosa dire; ma ricordo un intervento del segretario della CGIL a difesa dell’Università di Treviso.

Ma questa Università a Treviso non serve, anzi, forse è addirittura dannosa per i giovani.

I giovani trevigiani possono studiare anche a Padova o a Venezia; meglio se vanno a Bologna, a Firenze o a Roma. Meglio ancora se vanno all’estero, per conoscere il mondo e le lingue straniere.

A Treviso, invece, bisogna portare studenti stranieri (bravi) e docenti stranieri (bravi anche quelli), ma per questo serve una Università di eccezione; altro che Giurisprudenza…

Sprecare i soldi per far sì che i giovani trevigiani studino a Treviso mi pare uno spreco, e per quei giovani anche un danno. Meglio aiutarli e sostenerli perché possano studiare all’estero.

Del resto, non a caso Treviso non è diventata una “città universitaria”, ma è rimasta una città dove è stata aperta la succursale di qualche università. Lo si vede, del resto, dal livello del dibattito culturale.





Referendum: un Sì per incoronare Berlusconi.

30 04 2009

REFERENDUM ELETTORALI: UN SI’ PER INCORONARE BERLUSCONI?

Quale perversa voluttà autodistruttiva può spingere Franceschini, D’Alema e Di Pietro a sostenere i referendum elettorali di Mariotto Segni?

Se è chiaro il motivo per il quale Berlusconi voterà sì (rendere autonomo il suo partito e soggiogare della Lega, grazie al premio di maggioranza per il partito), è assolutamente incomprensibile cosa spinga i dirigenti dell’opposizione a stendere il tappeto rosso sulla via dell’incoronazione di Berlusconi come presidente del Consiglio a tempo indeterminato. Perché è evidente: stanti così le cose (e non ci sono segnali di cambiamento) se passano i referendum Berlusconi si assicura anni di governo incontrastato.

In effetti, il risultato dei referendum sarà quallo di esasperare le caratteristiche negative della pessima legge elettorale in vigore, non a caso denominata Porcellum: le liste saranno in mano dei segretari dei partiti maggori, che potranno sottomettere i segretari dei partiti minori, sotto minaccia di scomparsa. Di più: con il suggello popolare.

Nulla sfuggirà al controllo delle segreterie, dopodiché voglio vedere chi avrà il coraggio di modificare una legge “voluta” dal popolo con il referendum.

D’Alema sostiene che la vittoria del sì al referendum aprirà la via al miglioramento della legge elettorale: ma esiste in Parlamento una maggioranza omogenea su un progetto di riforma? E se esiste, perché non ha modificato la legge evitando il referendum?

Questa maggioranza, in verità, non esiste: tutti i partiti pensano innanzitutto alla loro sopravvivenza, non alle sorti del Paese. Questo spiega perché Franceschini, D’Alema e Di Pietro sono per il Sì: devono rendere definitiva l’emarginazione della Sinistra: ne va del loro stesso futuro; d’altro canto la Sinistra dispersa (quella dei partitini) è per il NO perché deve salvaguardare le varie nomenklature di partito, e quindi ha bisogno di una proporzionale puro, o di uno sbarramento “finto” (e cioè superabile).

Ma per cambiare una legge bisogna avere un progetto, non basta rifiutare la legge vigente. Vi è stata un’unica occasione in cui il popolo ha potuto esprimere un orientamento sulla legge elettorale: negli anni Novanta, infatti, attraverso i referendum elettorali si è affermato il gradimento popolare verso il sistema maggioritario uninominale, non a caso subito combattuto dai partiti prima con l’introduzione della quota proporzionale, poi con il Porcellum e sempre con il finanziamento di tutti i partiti e di tutti i giornali di partito, veri e finti. A quella legge uninominale e maggioritaria, qundi, bisogna tornare, se si vuole davvero creare un legame tra eletti ed elettori, se si vuole legare gli eletti al loro territorio. Oggi non vedo altra possibilità.

A meno che non si giochi al tanto peggio tanto meglio, in nome della sopravvivenza della nomenklatura, scommettendo velleitariamente su un impossibile ritorno al passato, quando i partiti contavano davvero; perché una cosa deve essere chiara: oggi viviamo in un’epoca postdemocratica; la democrazia come l’abbiamo conosciuta fino agli anni Novanta non esiste e non esisterà più, lo impedisce lo sviluppo dei mezzi di informazione e l’anarchia strutturale che regna a sinistra, dove Girotondi,

Onde, Pantere, Comitati e sedicente “Società civile” hanno in parte sostituito e comunque delegittimato i partiti. Da questa situazione non si uscirà guardando indietro, ma trovando metodi nuovi: nuovi almeno per l’Italia (penso, ad esempio, a “elezioni primarie” vere e senza confini, e non addomesticate come è stato fatto per Prodi e per Veltroni).

Infine, non possiamo dimenticare che il centrosinistra ha vinto molte città, molte Province e molte Regioni grazie all’elezione diretta di Sindaci e Presidenti, e ha governato l’Italia grazie al sistema elettorale maggioritario uninominale, mentre i governi Prodi sono caduti per l’effetto perverso dei meccanismi proporzionali, che hanno fatto prevalere la necessità dei partitini di difendere le loro identità.

E allora resta la domanda iniziale: quale istinto autodistruttivo spinge Franceschini, D’Alema e Di Pietro a sostenere il Sì, stendendo il tappeto rosso per l’incoronazione di Berlusconi?





Referendum elettorali: verso il Superporcellum?

17 04 2009

L’inganno del referendum: dalla legge “porcata”alla “superporcata”.

Sì all’election day, ma deve vincere il No,

per lasciare all’Italia una strada di riforma autentica verso il sistema “maggioritario uninominale”

(voluto dal popolo con i referendum degli anni ’90)

Premesso che sarebbe opportuno svolgere i referendum sulla legge elettorale nel giorno delle altre elezioni e che sarebbe grave rinviarli di un anno, bisogna anche dire che attorno ai 3 referendum elettorali si sta facendo molta demagogia, ma le informazioni vere sul loro contenuto e sui risultati che si otterrebbero, sono poche e volutamente confuse.

Anzi, si tende a sostituire le informazioni con le aspettative, affermando che, vinti i referendum, ne usciranno indebolite le segreterie dei partiti.

Invece è vero esattamente il contrario. Innanzitutto è bene individuare gli aspetti peggiori di questa legge elettorale, che sono sostanzialmente tre: le liste bloccate (fatte dalle segreterie dei partiti) senza possibilità per il cittadino di esprimere una preferenza; la possibilità di candidarsi in più circoscrizioni elettorali, salvo poi scegliere in quale essere eletti (controllando così la nomina dei secondi eletti), e infine il forte premio di maggioranza assegnato qualunque sia la maggioranza ottenuta dal partito o dalla coalizione più votati.

Se vincesse il sì ai referendum, il premio di maggioranza verrebbe assegnato non più alla coalizione ma solo al partito di maggioranza relativa e sarebbe vietata la candidatura della stessa persona in più circoscrizioni.

Detta così, sembrerebbe una semplificazione, in realtà sarebbe la resa totale alla volontà indiscutibile delle segreterie e delle correnti dei partiti e l’esautorazione definitiva dei cittadini. Senza scendere in particolari eccessivi, è bene precisare che le liste continuerebbero ad essere bloccate e preparate dai segretari dei partiti, che per di più sarebbero portati a formare listoni eterogenei e confusi solo per guadagnare il premio di maggioranza, creando liste composte con il bilancino per accontentare partiti, correnti di partito e partitini. E ancora senza voto di preferenza.

Insomma: se la legge attuale è una “porcata” – come l’ha definita il leghista Calderoli, il suo inventore – la legge risultante dal referendum sarebbe una “superporcata”, con l’aggravante del voto popolare: vorrei vedere, dopo, chi potrebbe modificare una legge che ha avuto l’avvallo del popolo con un referendum.

Il referendum, quindi, fa l’interesse solo delle segreterie dei grandi partiti, e non porta nessuno dei miglioramenti annunciati, se non un bipartitismo coatto e confuso, che resta saldamente nelle mani non del popolo sovrano, ma dei segretari dei partiti.

Del resto, al referendum si oppongono altri partitini (con relativi segretari) preoccupati non della stabilità del sistema politico nel suo complesso, ma della loro sopravvivenza. Non a caso, questi partitini non hanno un progetto coerente di legge elettorale da proporre, perché ogni soglia di sbarramento sarebbe troppo alta, e si vede come hanno protestato contro la soglia introdotta (per altro in modo sleale e opportunistico da PDL e PD) per le elezioni europee.

In tutti i casi, come si vede, l’obiettivo è innanzitutto garantire il partito con il suo apparato e le sue correnti (non a caso i grandi partiti sono favorevoli e i piccoli partiti sono contrari); e nessuno parla del finanziamento pubblico dei partiti e dei gruppi parlamentari, del finanziamento dei giornali di partito e dei molti privilegi della casta.

Per rimettere la scelta del governo e dei parlamentari nelle mani dei cittadini, bisaogna introdurre un vero sistema uninominale maggioritario, a turno unico o a doppio turno, e colpire i privilegi e il finanziamento pubblico. Solo così i parlamentari saranno legati al loro territorio e solo così l’elettore potrà conoscerli e valutarne l’operato.

Ma se al referendum vincesse il Sì, questo obiettivo sarebbe irraggiungibile, perché i partiti direbbero che il popolo ha voluto il sistema perverso uscito dal referendum.

Concludendo: il referendum va fatto, possibilmente con l’election day; in ogni caso non va rinviato. E, comunque, per garantire una possibilità di riforma al sistema politico, è bene che vinca il No.