Demagogia intorno all’acqua, che costa troppo poco.
Peccato che la sinistra non abbia il coraggio di dirlo.
Sì alla liberalizzazione, sì all’aumento del costo dell’acqua, sì alla riduzione dei consumi, sì all’eliminazione degli sprechi, sì agli incentivi per il riutilizzo e il riciclo.
Questo è ambientalismo.
Il dibattito parlamentare delle ultime settimane sulla norma per la riforma dei servizi pubblici – compresa la liberalizzazione dell’acqua – ci ha messi di fronte all’ennesima drammatizzazione delle relazioni politiche tra maggioranza-opposizione.
L’acqua verrà privatizzata, oppure no? Secondo il centrodestra, assolutamente no; secondo il centrosinistra assolutamente sì, con un corollario che dovrebbe aprire scenari intollerabili: l’aumento delle bollette.
Padre Zanotelli è intervenuto nel dibattito con parole di fuoco: “Maledetti voi …. non posso usare altra espressione per coloro che hanno votato per la privatizzazione dell’acqua , che è quella usata da Gesù nel Vangelo di Luca, nei confronti dei ricchi ”Maledetti voi ricchi… Maledetti coloro che hanno votato per la mercificazione dell’acqua.” Ha ragione, ho torto? Gli risponde indirettamente Carlo Scarpa, uno degli economisti “progressisti” de “La voce.info”: “È triste che qualcuno chiami tutto questo “la privatizzazione dell’acqua”. È cattiva informazione, ai limiti della mala fede. Quello che si vuole è la messa a gara dei servizi.”
Di fronte alle “solite” polemiche, l’opinione pubblica resta disorientata, ma probabilmente è restia a dare credito ai catastrofisti.
A prescindere dal provvedimento discusso in Parlamento (e soprattutto dal metodo imposto dal governo), il merito del problema ha connotati precisi: si tratta di sottrarre la gestione dell’acqua a metodi fallimentari e clientelari, per portare un po’ di trasparenza e di efficienza.
Che il bene “acqua” debba restare pubblico, è ovvio; che la gestione possa essere caratterizzata da diverse modalità, è altrettanto ovvio, come è certo che ogni modalità deve scontare l’efficacia dimostrata quando è stata utilizzata.
La gestione dell’acqua in Italia è caratterizzata dallo spreco; secondo Eurispes mediamente il 42% dell’acqua erogata nel 2008, é stato disperso; per dichiarare un acquedotto soddisfacente, in Europa la dispersione deve ruotare attorno al 10 %.
Quindi bisogna da un lato rimediare alla dispersione dell’acqua dovuta agli attuali acquedotti e contemporaneamente avviare una politica seria di difesa di un bene prezioso, destinato comunque a diminuire rapidamente.
E’ di tutta evidenza che la liberalizzazione non può essere l’unico modo per difendere l’acqua, ma certamente è uno degli strumenti per garantire maggiore efficienza alla gestione della rete; d’altro canto, le aziende pubbliche efficienti non avranno problemi a vincere le gare di appalto, mentre quelle inefficienti (e perciò dannose per i cittadini utenti/contribuenti e per l’ambiente) resteranno senza nulla da fare e verranno liquidate (almeno si spera).
La liberalizzazione, però, trova la netta opposizione di coloro che vorrebbero rendere o mantenere pubblico (anzi, statale o comunale) ogni servizio o attività sul territorio (compresi, ad esempio gli aeroporti: ne sappiamo qualcosa a Treviso, dove anche la sinistra voleva il Comune imprenditore), e trova la diffidenza della Lega, abituata da anni (Treviso ne è buona e silenziosa testimone) ad avere uomini di fiducia politica nei Consigli di amministrazione.
Resta vero, invece, che proprio e solo con una vera liberalizzazione il Comune può svolgere il ruolo si progettista dei servizi e controllore della loro qualità, mentre questi ruoli non possono essere svolti se il Comune è controllato e controllore (perché sarà sempre portato a scaricare le inefficienze di un’azienda nei bilanci generali).
Può essere che la liberalizzazione aumenti il costo dell’acqua? Anche su questo piano bisogna essere coraggiosi e chiari: l’acqua in Italia costa troppo poco, deve costare di più, per il bene di tutti, specie dei nostri nipoti. Quest’anno la tariffa media dell’acqua è risultata pari a 1,29 euro al metro cubo. A Roma si pagano 177 euro per un consumo di 200 mc di acqua; a Tokyo per la stessa quantità si pagano circa 280 euro, a San Francisco poco più di 400; 430 euro a Helsinki, 560 a Bruxelles, 740 euro a Parigi, 800 a Zurigo e quasi 970 euro a Berlino.
L’acqua deve costare di più, e non deve essere più sprecata; per cui l’aumento delle tariffe deve essere compensato da una riduzione di consumi di acqua potabile, e dall’introduzione di sistema di riutilizzo e di riciclo dell’acqua piovana e dell’acqua già utilizzata in casa.
Ovviamente l’acqua deve costare di più per essere difesa, non per arricchire qualcuno. Chi farà le barricate contro gli aumenti, è un nemico dell’ambiente; al contrario, dalla politica ambientalista e di centrosinistra mi aspetto che, a fronte della giusta proposta di aumentare il costo dell’acqua, vi siano proposte precise per eliminare gli sprechi (acquedotti e pompe a getto continuo) ridurre i consumi, con una politica di educazione, con incentivi economici a riutilizzare l’acqua non più potabile e recuperare l’acqua piovana.
Nel contempo servono norme che garantiscano la trasparenza degli appalti, l’efficacia della nuova gestione e la correttezza dei controlli: qui si giocherà il ruolo dei riformisti.
L’importante è non fare demagogia e non disinformare i cittadini: non c’è in corso alcuna privatizzazione dell’acqua, la gestione va liberalizzata, l’acqua deve costare di più, servono incentivi economici e culturali per utilizzarla meglio, consumarne meno ed eliminare gli sprechi.




