I cittadini più avanti del centrosinistra.
Mentre i partiti del centrosinistra (Margherita + DS = PD e Cosa Rossa) hanno sabotato l’unità degli oppositori alla Lega e non hanno voluto costruire un progetto unitario di buon governo (e a tutt’oggi non hanno nulla da proporre alla città), i cittadini dimostrano uno scatto di orgoglio per il buon nome di Treviso.
Peccato che forse sia troppo tardi.
Noi avevamo visto giusto, lanciando la nostra proposta nel novembre del 2006: oggi avremmo uno schieramento coeso, un programma condiviso, un candidato sindaco unico e ben riconoscibile e buone probabilità di successo.
Chi porta la responsbailità di questa frammentazione? E chi avrà il coraggio di farsene carico? Alla seconda domanda la risposta è chiarissima: nessuno.
Manifesto per Treviso Città Aperta
Sacerdoti e manager presidi e artisti: ecco chi ha aderito
L’immagine di Treviso è profondamente cambiata negli ultimi anni: la città ospitale e gentile del passato sembra, da tempo, solo un ricordo.
Ora appare rancorosa e chiusa, al pari di altri luoghi della sua provincia. La responsabilità di questo mutamento di percezione è innanzitutto del ceto politico locale, che governa altresì molti centri della Marca. Un ceto che ha preso in ostaggio il «marchio» trevigiano; così come ha fatto con le tradizioni popolari e religiose, distorcendone significato e messaggio. Un ceto che, attraverso clamorose prese di posizione, ha forgiato all’esterno un’immagine negativa della città, e alimentato all’interno contrapposizioni durissime con chi non si allinea o dissente politicamente. Un ceto, non meno parte della «casta» politica di altri, che alla parola «comune», contrappone una visione proprietaria della città, sintetizzata da espressioni come: i «miei» cittadini, la «mia» polizia locale. Dimentico che le istituzioni hanno come esclusivi «proprietari» i cittadini e non viceversa.
Nel mirino di questa claustrofobica concezione del mondo sono finiti di volta in volta gli immigrati e i loro figli, i musulmani, i preti dissenzienti, gli intellettuali, le donne, i comitati dei cittadini, i partigiani, gli omosessuali, gli «sbandati»; ma anche cani, alberi, panchine, lanterne, biciclette.
Un consigliere comunale trevigiano ha persino invocato metodi da SS, salvo poi ravvedersi davanti all’enorme sconcerto suscitato da quelle affermazioni, contro gli immigrati: persone che con il loro lavoro contribuiscono a tenere in piedi il sistema produttivo e badano ai nostri anziani.
Le posizioni di sindaci, ex-sindaci e prosindaci, sono troppo note per dare loro ulteriore spazio. Ma non si tratta solo delle posizioni di questo o quell’esponente istituzionale, peraltro destinati a passare. Si tratta di una cultura politica che, purtroppo, va oltre le sorti di questo o quel personaggio e alla quale bisogna porre un argine prima che la società trevigiana scivoli verso derive che potrebbero avere approdi incontrollati, in particolare tra i più giovani.
Una cultura politica che si nutre di parole durissime, minimizzate irresponsabilmente da qualcuno come «posizioni folcloristiche». Parole, invece, tanto più gravi perché pronunciate da esponenti istituzionali, ai quali dovrebbe essere chiesto, per la carica che rivestono, un senso di responsabilità maggiore degli altri. Parole che generano profondo imbarazzo.
È noto, purtroppo, a chi viaggia per l’Italia e nel mondo, per motivi professionali, di studio o per turismo, come Treviso sia oggi riconosciuta, e bollata dall’esterno, come una sorta di culla dell’inciviltà, a prescindere dal suo decoro esteriore.
Nelle presentazioni di circostanza dire che si è di Treviso, o di qualche centro della Marca divenuto noto alle cronache nazionali sull’onda di dichiarazioni o provvedimenti che mai si sarebbe messo in conto di ascoltare o vedere, è ormai accompagnato da un’immediata presa distanze da chi governa localmente. Una sensazione spiacevole, mai provata in passato.
«Treviso?, no grazie» sta diventando un infelice ma diffuso slogan. Un marchio negativo potenzialmente dannoso, nel tempo, persino per il turismo e l’economia. Pensare che nell’era della comunicazione globale «detti e fatti» trevigiani restino all’interno della Marca o delle Mura è pura illusione. Ne parlano le tv, grandi giornali nazionali e internazionali come l’International Herald Tribune o Le Monde. Persino Al Jazeera ha puntato i suoi fari su Treviso. Siti e blog in Internet sono pieni di commenti negativi. Nella frequentatissima YouTube si possono vedere, sotto forma di ridicoleggianti rap, video che non mostrano certo il volto migliore della trevigianità. Nelle biblioteche delle università europee sono ormai diffusi articoli e saggi nei quali città e provincia appaiono luoghi in cui prosperano razzismo e xenofobia.
Noi sappiamo che Treviso e la Marca non sono solo questo. La società trevigiana è caratterizzata dalla generosità, che si esprime nelle mille iniziative di volontariato, cattolico e laico, nella rete di cooperative sociali. Una realtà che ha dato vita a un tessuto produttivo operoso, che ha buone scuole, strutture sportive senza eguali, fondazioni culturali di tutto rispetto, che ha energie artistiche ed intellettuali che ci sono invidiate altrove, ostracizzate e spesso costrette all’esilio culturale; che produce integrazione quotidiana malgrado scelte e proclami che spingono in senso opposto.
Larga parte di questa società, che vuole stare nel mondo e non rinchiusa in illusori fortini arroccati, non discrimina le persone in base alla religione, alla sessualità, al colore della pelle. Non pensa che impedire alle persone di pregare sia una conquista di civiltà. Non si riconosce in battaglie ideologiche che inneggiano a contrapposizioni frontali. Non esulta per la tristemente nota Ombralonga. È giusto che questo positivo patrimonio collettivo sia oscurato da una nuova fama che non piace a noi come a molti? È tempo che quanti non si riconoscono in questa pessima immagine facciano sapere, con ogni mezzo, che non condividono affatto questa triste rappresentazione della trevigianità.
Per sottoscrivere il manifesto: http://www.trevisocittaperta.net