Il dopo Chianciano.
Quale partito e quale sinistra, dopo il naufragio di aprile?
Riflessione sulle prospettive della sinistra.
Politica nazionale.
Si parte da una presa d’atto in cinque punti:
- la netta vittoria del centrodestra
- la nuova affermazione della Lega
- la disfatta della sinistra (comunisti-ex DS, socialisti e verdi)
- la prova modesta del PD
- la presenza di una delegazione di parlamentari radicali nei gruppi parlamentari del PD.
Alla presa d’atto va aggiunta una premessa sulle strategie adottate dalle forze politiche in preparazione delle elezioni:
- il PD di Veltroni (in accordo con il PDL di Berlusconi) ha puntato sul modello del bipartitismo di fatto (anticipando gli esiti del referendum); l’applicazione del modello è servita soprattutto (e in modo particolare per Veltroni) a sbaragliare il “nemico interno”, portando all’estromissione della sinistra dal Parlamento. La strategia delle alleanze del PD ha premiato un alleato infido come Di Pietro, punito la sinistra riformista e preso per il collo i radicali (che hanno fatto bene – lo vediamo oggi – ad accettare le condizioni imposte).
- Solo una vittoria del PD avrebbe legittimato le forzature volute ed imposte: ma essa era impossibile; al contrario, la severa sconfitta (nettamente al di sopra delle previsioni) dovrebbe aprire una fase di riflessione, che non si è aperta (e comunque resta limitata ai centri di potere).
- La sinistra radicale ha compiuto un’operazione tattica, creando la Sinistra Arcobaleno, senza avere affrontato i nodi fondamentali per una sinistra che si vuole di governo: un’operazione perdente in partenza; in realtà la Sinistra Arcobaleno contava su un gioco delle parti con il PD: ma la logica perversa del “voto utile” ha travolto tutti.
- i Socialisti hanno sbagliato quasi tutto: è stata fatta fallire la Rosa nel Pugno (rompendo ogni rapporto di collaborazione con i Radicali), è stata messa in sonno la “Costituente socialista”, è stato rotto ogni rapporto con il PD. Cosa sperasse il gruppo dirigente dello SDI e del costituendo PS in questa situazione, e per quale motivo gli elettori dovessero votare PS, rimane un mistero.
Dopo le elezioni. Lo stato del dibattito.
Dopo questa sconfitta (gravissima, che potrebbe non risolversi nel giro di una legislatura) non si è aperta una vera e propria fase di analisi per il rilancio. E’ significativo quanto sta accadendo nel PD.
I partiti pensano per lo più di risolverla al loro interno, chi ribadendo le scelte fatte, che ritornando sui propri passi: il ritorno a “falce e martello”, il rilancio di una nuova Sinistra Arcobaleno, il ritorno al PD per alcuni di Sinistra Democratica o dei Socialisti, la costruzione del Partito Socialista (più o meno ampio, più o meno aperto, secondo le mozioni).
Mi sembrano ipotesi che servono soprattutto a dare garanzie ad un ceto politico sbaragliato dalle elezioni.
Di un certo interesse, per quanto limitate ai gruppi dirigenti romani, la dialettica interna al PD: chi vuole rivedere la politica delle alleanze, chi vuole confermarla, chi vuole aprire a sinistra (e magari si pensa a Vendola: cioè a una sinistra “su misura” o a Nencini già incoronato da Veltroni segretario del PS); interessante che Veltroni parli adesso delle “elezioni primarie” come di un metodo da adottare sempre: interessante perché in molti casi i gruppi dirigenti locali non hanno voluto le primarie temendo di perderle, abituati alle comode “primarie addomesticate” imposte da Prodi e da Veltroni negli ultimi anni.
Io non credo che chi perde le elezioni debba “andare a casa”: si può perdere anche con buone idee e buone pratiche; è vero, invece, che la sconfitta dovrebbe indurci a riflessioni lucide, spregiudicate se necessario. Ma così non sta avvenendo.
Di fatto, l’unico spazio di autentica e trasparente discussione è quello apertosi con l’Assemblea dei Mille di Chianciano. IN questi giorni nuove sollecitazioni sembrano arrivare dall’assemblea di Sinistra Democratica (Salvi, Mussi e Fava)
Per questo motivo, ciò che nascerà da Chianciano (dopo Chianciano 2 e 3) potrebbe diventare un punto riferimento di carattere nazionale: a tutti i livelli c’è bisogno di spazi autorevoli (non solo fisici) di discussione ampia, aperta, partecipatasulle e non pregiudiziale sulle prospettive politiche, perché in tutto il Paese la sconfitta ha lasciato notevole sconcerto, e la sensazione che non se ne esce dando le risposte di sempre (la solita sinistra, il solito antifascismo, il solito pacifismo, il solito antiberlusconismo, il solito meridionalismo, il solito solidarismo ecc.), che vengono ritenute nettamente inadeguate.
In quale direzione è utile andare, e quali sono le questioni aperte, oggi per la sinistra?
- Una sinistra o tante sinistre? Un partito o tanti partiti?
La storia della sinistra ci insegna che non c’è una sinistra sola, e che spesso la battaglie interne sono state fatali. Premesse culturali e ideologiche, programmi, modelli organizzativi, riferimenti internazionali, gruppi dirigenti, referenti sociali: sono alcuni degli elementi sulla base dei quali la sinistra si è divisa e frantumata (oggi come ieri).
Ma questi elementi, hanno ancora il senso che hanno avuto nel Novecento e fino agli anni ’80? Io direi che essi, quanto meno, non bastano più a giustificare la formazione di tanti partiti chiusi e in contrapposizione, se non altro perché la possibilità di vincere le elezioni e governare è reale, non ipotetica (come quando esisteva la cortina di ferro). Nel sistema attuale, alla sconfitta di uno schieramento corrisponde la vittoria dello schieramento alternativo, per cui c’è maggiore responsabilità, quando non si vincono le elezioni, e i partiti dovrebbero essere più necessitati a pensare all’interesse generale, oltre che al loro interesse immediato (e se non lo fanno, vengono puniti, e ritenuti una inutile spesa). In definitiva: la sinistra non è una sola, ma se fino a qualche anno fa alle diverse sinistre potevano corrispondere partiti diversi, oggi bisogna ripensare le modalità organizzative di una sinistra che resta plurale. Non si può prescindere dal nuovo (di fatto) sistema istituzionale, che sta mettendo a rischio la democrazia: maggioritario di lista, scelta “bipartitica” di Veltroni e Berlusconi, parlamentari nominati dalle segreterie dei partiti; ma bisogna avere in testa un nuovo modello: non basta sparare sull’attuale, magari sognando ciascuo il modello più utile al proprio partito.
- La forma partito.
Il partito monolitico (basato su principi e programmi omogenei e struttura piramidale: all’interno del quale erano accettate le correnti, che spesso rappresentavano opzioni quasi alternative, ma nella consapevolezza dell’interesse primario del partito stesso) è superato dai fatti; oggi il Paese si è avviato sulla strada della formazione di forze politiche che aspirino a governare una realtà socioeconomica che è divenuta più complessa; può non piacere, ma non si può prescidnere dal modello imposto di fatto, che va incontro (in modo pericoloso per la tenuta del sistema democratico) ad alcune richieste di semplificazione degli elettori.
In ogni caso, gli assi “classismo – interclassismo” e “destra – sinistra” si sono rivelati insufficienti a comprendere le dinamiche sociali in atto; oltre a tutto, si è avviato un travolgente protagonismo dei “territori”, nei quali si è saldato un asse interclassista, a difesa da vere o presunte ingiustizie o per opporsi a veri o presunti privilegi di altri territori; tra l’altro si sono aperte questioni relative a tematiche per le quali non vi è una risposta da “sinistra classica”, come dire che anche l’asse “destra-sinistra”, per molti versi, si rivela insufficiente a capire il presente e ad offrire univoche prospettive di governo a problematiche tipo l’informazione, la giustizia, la globalizzazione, l’energia e l’ambiente, la bioetica, il sistema della formazione, l’assetto istituzionale, il sistema elettorale.
Oggi sono in campo alcune ipotesi di partito (e mi scuso per lo schematismo):
- quella “classica”: centralista, piramidale e per molti aspetti “ideologica” (è proprio quella entrata in crisi negli ultimi 15 anni);
- quella “federalista”: federare le espressioni politiche territoriali e le espressioni della società; si insegue un po’ il modello del Partito Democratico americano, di cui il PD nostrano rappresenta la caricatura;
- quella “sudamericana”, di una sinistra movimentista, senza ancoraggio programmatico “riformista” né “ideologico classico”, alla ricerca di un legame con movimenti (no global, pacifismo, terzomondismo, solidarismo ecc.) che non si sa quanto siano effettivamente rappresentativi della società o delle parti sociali che pretendono di rappresentare.
Nell’ambito di queste ipotesi, la più aperta al futuro sembra quella di un partito federativo in un paese federale (meglio: a forte regionalismo). Un partito che sa accogliere le esigenze e le proposte dei territori, in un quadro unitario di governo; un partito che valorizza il ceto politico dirigente formato a livello territoriale (e non nato e vissuto esclusivamente nell’attività partitica); un partito che valorizza (anche su singole campagne o su obiettivi precisi) l’associazionismo.
Un partito che riesce a coordinare esperienze, obiettivi, bisogni, interessi, culture e territori: questa è la sfida per il nuovo soggetto politico.
- Verso un nuovo soggetto politico (un Partito Democratico, ma… laico e democratico?)
Se il partito monolitico è superato dai fatti e il partito movimentista non ha le caratteristiche del governo, bisogna pensare ad un nuovo modello, ad una forma-partito che sappia raccogliere attorno ad un progetto di governo forze culturali, politiche e sociali anche di diversa origine.
In questo quadro, va perseguita l’ipotesi di una ulteriore destrutturazione dello scenario politico, per inoltrarsi in territori socio-culturali inesplorati: se non fossimo in grado di fare quest’operazione in modo credibile, dovremmo dare per perso il Nordest, e tra un po’ anche il resto del Nord. Insomma: il PD non può limitarsi ad occupare lo spazio elettorale del PCI, come è successo nelle ultime elezioni (cfr. Diamanti).
Il modello di PD che abbiamo oggi di fronte non dà alcuna soddisfazione alle questioni fondamentali, in quanto pecca di alcune delle carenze che imputiamo al partito di Berlusconi: leaderismo, populismo, carattere mediatico, assemblearismo, centralismo.
Il nuovo soggetto politico a cui bisogna pensare è un partito portatore di un forte e riconoscibile programma di governo, che opera per campagne politiche nazionali, e che opera nei territori attraverso accordi e patti federativi tra forze politiche, sociali e culturali, associazioni e singoli cittadini.
Ovviamente vi sono alcune premesse politico-culturali per essere alternativi alla destra: l’europeismo, il rifiuto dei monopoli economici e culturali, la lotta ai privilegi economici e sociali e alle rendite di posizione, la laicità, la salvaguardia delle libertà individuali, la tolleranza religiosa e culturale, la fiducia nei processi di integrazione e di reciproco riconoscimento culturale nella sicurezza, la difesa dell’ambiente unita alla ricerca di nuove fonti energetiche in una prospettiva di decrescita, la ricerca di garanzie socio-economiche per i meno garantiti (giovani, donne, anziani, migranti), la libertà dalle ingerenze clericali, il rifiuto di guerre di invasione.
Il partito che cerchiamo e di cui il Paese ha necessità, oggi non esiste; esiste un’esperienza che si autoproclama “Partito democratico”, frutto di scelte di apparato, confermata da un consenso plebiscitario in elezioni primarie addomesticate, e sconfitta alle elezioni vere.
Dopo il disastro delle elezioni, la sinistra è senza rappresentanza parlamentare e va alla ricerca di un percorso di rinascita (e però non possiamo dimenticare che forze interessanti sono comunque presenti nel PD).
In questo conteso, la pattuglia dei parlamentari radicali può farsi carico delle istanze di una sinistra dei “laici, liberali, socialisti e radicali”: altre esperienze dalle quali partire e con le quali raggiungere gli obiettivi che sto presentando non mi pare esistano (e spiace non poter ancora contare su molti parlamentari del PD, di sicura cultura laica, liberale e socialista); non può certo bastare il richiamo al comunismo, non può bastare un generico appello a “non si sa quale” unità di “non si sa quale” sinistra; e non basta neanche più il richiamo alla fedeltà al PSE e all’Internazionale Socialista.
Con questa pattuglia di parlamentari e con l’esperienza (anche organizzativa) della galassia radicale può iniziare il percorso di costruzione di un soggetto politico che non deve proporsi come autosufficiente, ma deve offrirsi alla collaborazione con il PD per cambiare anche il PD (alla ricerca di quel Pardito Democratico per il quale Marco Pannella si era candidato alle primarie per la segreteria), e per capire dove può arrivare il processo di trasformazione del sistema politico e partitico italiano.
- Alcuni nodi dell’iniziativa politica
Questo viaggio alla ricerca del nuovo soggetto politico, deve evitare molti scogli tematici e programmatici: non possiamo nasconderci le divergenze esistenti sui taluni contenuti; e non sarebbe male che alcuni nodi dell’iniziativa politica fossero risolti prima di partire alla ricerca del soggetto politico “utile e necessario”; ma se vi è la concordanza su un metodo e su alcune premesse, è meglio inoltrarci coraggiosamente in questo mare, anche perché i concorrenti non ci aspettano, anzi vincono soprattutto sui nostri ritardi.
In ogni caso non ci mancano le elaborazioni da portare alla discussione e al confronto: basterebbe ripartire dai 31 punti di Fiuggi (liberalizzazioni, laicità, libertà di ricerca scientifica contro l’integralismo religioso e ambientalista, semplificazione burocratica, semplificazione legislativa, semplificazione fiscale…).
E tuttavia, su alcune questioni di merito deve aprirsi un dibattito franco.
1. Titolo V della Costituzione: siamo certi che vogliamo applicarlo in tutte sue parti (regionalizzazione spinta, federalismo a doppia velocità, federalismo fiscale)?
2. Federalismo fiscale: cosa significa per noi?
3. Sistema scolastico e formativo: come pensiamo di intervenire? Non basta ripetere “scuola pubblica”, se poi abbiamo una scuola di scarsa qualità e fortemente differenziata (istruzione liceale-istruzione tecnico/professionale; nord-sud). Vogliamo applicare anche su questo argomento, e fino in fondo, il Titolo V della Costituzione?
4. Sicurezza: bisogna avere il coraggio di prendere in pugno la “percezione di insicurezza” che attanaglia i cittadini; è fondamentale spiegare loro che l’allarme è più che altro “mediatico” e che i dati non confermano un allarme diffuso ad arte; ma la paura esiste (una paura spesso frutto di una percezione di insicurezza, ma non per questo meno reale), e va riconosciuta e accettata: solo così possiamo combatterla. È in gioco la possibilità di dialogare con i ceti più deboli e meno protetti in aree che ci sono già in parte sfuggite.
5. Sistema elettorale. Il sistema attuale ha mostrato tutti gli elementi di perversione previsti, moltiplicati da un atteggiamento “totalitario” dei partiti maggiori (che hanno anticipato l’esito del referendum). Anche in questo caso la discussione deve essere aperta: bisogna tornare a parlare del sistema maggioritario uninominale, che consente a tutti comunque di partecipare da protagonisti alla vita politica e garantisce il ruolo decisionale dei cittadini-elettori.
Le carenze intollerabili della legge in vigore sarebbero moltiplicate dall’esito positivo del referendum; un esito positivo renderebbe molto difficile il cambiamento, anche migliorativo, di una legge confermata dal popolo.
6. Informazione e televisioni: conflitto di interessi, monopolio, duopolio, libertà di informazione: quali nuovi obiettivi comuni?
- E nel frattempo? L’importanza dell’Assemblea dei Mille di Chianciano e del dopo Chianciano.
Tutti i partiti si stanno avviando ad una stagione di congressi; ma sarebbe stolto se ogni partito elaborasse le proprie strategie senza guardare a cosa fanno gli altri, senza pensare alla fluidità del quadro politico generale.
Ancora un volta il “dopo-Chianciano” può svolgere un ruolo fondamentale: indicare la rotta verso un obiettivo di rinnovamento vero dei partiti e del sistema.
E in questa fase la pratica della doppia tessera (che , come dice Marco Pannella costituisce soprattutto una pratica della libertà di associazione) diventa uno strumento di trasversalità che può favorire un processo di confronto e di sintesi tra forze politiche diverse, alla ricerca del soggetto politico utile per riformare il Paese e la politica.
La galassia radicale, quindi, si pone come un punto di riferimento sicuro (nella sua operatività creativa) da sostenere e amplificare non solo per le sue caratteristiche di permeabilità e trasversalità rispetto a partiti molto più formalizzati e rigidi (eppure in via di scomparsa o di profonda trasformazione) ma anche per ciò che rappresenta in quanto a capacità di mobilitazione su obiettivi trasversali e di primaria importanza.
Ma la “doppia tessera” non deve più essere una testimonianza individuale, quanto piuttosto l’affermazione di una esigenza di trasversalità e la testimoninanza di una riceca basata sul rifiuto dell’autosuffcienza politica e partitica.