L’accanimento terapeutico e l’ipocrita accanimento moralistico della politica.
E così, quelli che non hanno saputo-voluto approvare una legge sul testamento biologico, adesso tentano di bloccare la sentenza di un tribunale che non “obbliga”, ma “consente” alla famiglia di ricondurre Emanuela Englaro alle sue condizioni “naturali”.
L’Italia conosce bene questa ipocrisia ideologica e religiosa in nome della “vita” e della “famiglia”: no all’aborto legale (sapendo bene che l’alternativa è quello clandestino), no alla contraccezione (sapendo che per fortuna essa viene ampiamente praticata in vari modi), no al divorzio (in accordo con i leader dei partiti dalle radici cristiane, per lo più divorziati), no alla fecondazione assistita (sapendo che si può abortire “dopo”, o che chi può va all’estero, dove le condizioni sono migliori: basta pagare), no al testamento biologico, che viene confuso con l’eutanasia (che viene di fatto praticata clandestinamente in moltissime occasioni).
Talvolta interviene la magistratura a garanzia del cittadio, e allora si grida allo scandalo.
Ma che paese è mai diventato questo, dove di fatto tutto diventa possibile, basta che la legge dello Stato si adegui alla morale religiosa?
Dopo tante tardive speculazioni moralistiche dei politici sulle vicende di Emanuela Englaro e Paolo Ravasin, alcune cose dovrebbero essere chiare:
- in Italia non esiste una legge sul testamento biologico, per cui troppo spesso i malati – con le loro drammatiche vicende – diventano oggetto di un tira e molla ideologico-religioso che prescinde dalla condizione stessa del malato, come se egli non fosse più artefice del proprio destino e del proprio futuro;
- se questa legge non c’è, la responsabilità cade in testa al Parlamento e alle forze politiche: non c’è nessuna responsabilità dei tribunali, obbligati ad intervenire per l’inettitudine della politica. Ed effettivamente non è proprio un moderno stato liberale, quello in cui un cittadino deve appellarsi al tribunale, visto che la politica non ha il coraggio di tutelare una sua particolare condizione.
La riflessione sulla sofferenza, sulla vita e sulla morte e sulla dignità del vivere e del morire spetta ai politici come a ogni cittadino: non “di più”. “Di più”, invece, i politici devono fare le leggi, ma non per far prevalere la loro visione del mondo, bensì per permettere ad ogni cittadino di poter vivere e morire dignitosamente, rispettando la propria visione della vita, senza danneggiare gli altri.
Insomma, trovo incredibile che un Partito possa obbligare una persona a “vivere” (tra virgolette, perché non di vita vera si tratta) attaccata ad una macchina, e che un parlamentare possa votare o non votare una simile decisione per obbedienza di partito. E non parlo della destra, che per “obbedienza di partito” ha digerito di tutto. Mi riferisco, invece, anche al Partito Democratico, sempre più attraversato (su questioni fondamentali per la qualità della vita e della morte) da una tensione tra laici e clericali, che può risolversi solo con le non-scelte, cioè con l’immobilismo, come è accaduto recentemente alla Camera.
E mentre questi problemi restano drammaticamente aperti, il Partito Democratico pensa a come essere sempre più “di centro”, e la a sinistra a “come” continuare ad essere comunista. Nel frattempo il premier ha risolto i suoi problemi giudiziari.
Alle volte ho l’impressione che su certi temi (ad esempio quelli in questione) l’opinione pubblica sia più avanti delle classi cosiddette “dirigenti”, e abbia capito tutto, ma che sia del tutto sfiduciata, avendo anche capito con chi ha a che fare.
E se il tradizionale asse Destra-Sinistra non fosse più sufficiente a descrivere e capire l’Italia del Terzo Millennio?