REFERENDUM ELETTORALI: UN SI’ PER INCORONARE BERLUSCONI?
Quale perversa voluttà autodistruttiva può spingere Franceschini, D’Alema e Di Pietro a sostenere i referendum elettorali di Mariotto Segni?
Se è chiaro il motivo per il quale Berlusconi voterà sì (rendere autonomo il suo partito e soggiogare della Lega, grazie al premio di maggioranza per il partito), è assolutamente incomprensibile cosa spinga i dirigenti dell’opposizione a stendere il tappeto rosso sulla via dell’incoronazione di Berlusconi come presidente del Consiglio a tempo indeterminato. Perché è evidente: stanti così le cose (e non ci sono segnali di cambiamento) se passano i referendum Berlusconi si assicura anni di governo incontrastato.
In effetti, il risultato dei referendum sarà quallo di esasperare le caratteristiche negative della pessima legge elettorale in vigore, non a caso denominata Porcellum: le liste saranno in mano dei segretari dei partiti maggori, che potranno sottomettere i segretari dei partiti minori, sotto minaccia di scomparsa. Di più: con il suggello popolare.
Nulla sfuggirà al controllo delle segreterie, dopodiché voglio vedere chi avrà il coraggio di modificare una legge “voluta” dal popolo con il referendum.
D’Alema sostiene che la vittoria del sì al referendum aprirà la via al miglioramento della legge elettorale: ma esiste in Parlamento una maggioranza omogenea su un progetto di riforma? E se esiste, perché non ha modificato la legge evitando il referendum?
Questa maggioranza, in verità, non esiste: tutti i partiti pensano innanzitutto alla loro sopravvivenza, non alle sorti del Paese. Questo spiega perché Franceschini, D’Alema e Di Pietro sono per il Sì: devono rendere definitiva l’emarginazione della Sinistra: ne va del loro stesso futuro; d’altro canto la Sinistra dispersa (quella dei partitini) è per il NO perché deve salvaguardare le varie nomenklature di partito, e quindi ha bisogno di una proporzionale puro, o di uno sbarramento “finto” (e cioè superabile).
Ma per cambiare una legge bisogna avere un progetto, non basta rifiutare la legge vigente. Vi è stata un’unica occasione in cui il popolo ha potuto esprimere un orientamento sulla legge elettorale: negli anni Novanta, infatti, attraverso i referendum elettorali si è affermato il gradimento popolare verso il sistema maggioritario uninominale, non a caso subito combattuto dai partiti prima con l’introduzione della quota proporzionale, poi con il Porcellum e sempre con il finanziamento di tutti i partiti e di tutti i giornali di partito, veri e finti. A quella legge uninominale e maggioritaria, qundi, bisogna tornare, se si vuole davvero creare un legame tra eletti ed elettori, se si vuole legare gli eletti al loro territorio. Oggi non vedo altra possibilità.
A meno che non si giochi al tanto peggio tanto meglio, in nome della sopravvivenza della nomenklatura, scommettendo velleitariamente su un impossibile ritorno al passato, quando i partiti contavano davvero; perché una cosa deve essere chiara: oggi viviamo in un’epoca postdemocratica; la democrazia come l’abbiamo conosciuta fino agli anni Novanta non esiste e non esisterà più, lo impedisce lo sviluppo dei mezzi di informazione e l’anarchia strutturale che regna a sinistra, dove Girotondi,
Onde, Pantere, Comitati e sedicente “Società civile” hanno in parte sostituito e comunque delegittimato i partiti. Da questa situazione non si uscirà guardando indietro, ma trovando metodi nuovi: nuovi almeno per l’Italia (penso, ad esempio, a “elezioni primarie” vere e senza confini, e non addomesticate come è stato fatto per Prodi e per Veltroni).
Infine, non possiamo dimenticare che il centrosinistra ha vinto molte città, molte Province e molte Regioni grazie all’elezione diretta di Sindaci e Presidenti, e ha governato l’Italia grazie al sistema elettorale maggioritario uninominale, mentre i governi Prodi sono caduti per l’effetto perverso dei meccanismi proporzionali, che hanno fatto prevalere la necessità dei partitini di difendere le loro identità.
E allora resta la domanda iniziale: quale istinto autodistruttivo spinge Franceschini, D’Alema e Di Pietro a sostenere il Sì, stendendo il tappeto rosso per l’incoronazione di Berlusconi?