Dopo Chianciano

Dopo Chianciano 2

L’intervento di aperura di Mauro Del Bue (Roma, 14 giugno)

 

Ringrazio tutti i partecipanti che con la loro autorevole presenza ci indicano, credo, la volontà di proseguire il percorso iniziato a Chianciano e ulteriormente definito con l’incontro di tre settimane fa.

Vorrei fornirvi, con questa mia introduzione, una carrellata di spunti che riassumono alcune questioni divenute oggi rilevanti, soffermandomi in particolare sul problema che abbiamo posto al centro della nostra comune riflessione: la crisi della democrazia e della forma partito.

1) Vi è una crisi generale delle istituzioni non solo italiane, ma anche europee. La bocciatura del trattato di Lisbona da parte dell’Irlanda, dopo democraticissimo referendum, rischia di mandare in frantumi l’Unione. Esso arriva dopo che s’era provveduto a individuare un nuovo testo, in una versione cosiddetta leggera, della Costituzione già clamorosamente bocciata da Francia e Olanda. E poiché un solo Paese membro rende impossibile l’approvazione di qualsiasi testo, adesso si ritorna da capo. Vi è da registrare una singolare, ma non nuova, divisione all’interno dell’ex Casa delle libertà, tra la Lega e la Cdl. I leghisti, attraverso un’esplicita dichiarazione del ministro Calderoli, ministro alla cosiddetta “semplificazione”, ma in realtà delle riforme, dichiara che il popolo irlandese è stato “più saggio dei suoi governanti”. Saluta dunque con enfatica soddisfazione quella clamorosa bocciatura. Commenta Tommaso Padoa Schioppa: “La divisione su questo punto è grave come quella sul patto atlantico”. D’altronde come si rapporterà il governo italiano, compresi i parlamentari dell’attuale maggioranza, di fronte alla bocciatura irlandese e alla necessari revisione del processo unitario? Che tipo di percorso proporrà? La maggioranza di governo si spezza sull’Europa, come si spezzò a proposito dell’allargamento dell’Unione. Certo esistono gravi responsabilità da parte dei protagonisti del processo di unificazione, che hanno scatenato queste spinte nazionalistiche sempre più forti. La sua versione così poco popolare e così burocratica-monetaria, ha dato agli europei l’immagine di un ‘Europa che solo richiede sacrifici, che impone tasse e vincoli e che non sa governare le grandi emergenze ambientali, i flussi migratori, la politica internazionale. Convivono in molti paesi europei due sentimenti che ormai risultano prevalenti anche in Italia: quello della paura e e quello della sfiducia. La paura che produce il rifugio nel localismo e la sfiducia che segna l’atteggiamento di sfida alla politica.

 

2) La crisi istituzionale italiana è alla radice della sua crisi politica. Il caro compagno e amico Rino Formica mi ha recentemente inviato una lettera su questo argomento. Egli scrive tra l’altro: “L’elemento che rende incerto non solo il quadro politico, ma quella democratico è costituito dalla quasi assenza di voci che reclamano l’urgenza della “questione istituzionale”. Vale a dire la necessità e la priorità di rimetter mano al patto costitutivo, al suo nucleo centrale, al principio fondante dal quale partì l’opera della Carta costituzionale. Non stiamo quindi parlando di ordinaria manutenzione. Stiamo ponendo il tema della straordinaria revisione. E se ci fu nel lavoro costituente un punto di partenza da riprendere, non per una eccentrica volontà di ridiscutere tutto, ma per leggere dentro la storia della Repubblica senza lenti ideologiche, decifrarne le contraddizioni e ricercare le soluzioni, quel punto di partenza va ricercato dell’ordine del giorno Perassi nel quale veniva detto che “La seconda sottocommissione, ritenuto che né il tipo di governo presidenziale, né quello del governo direttoriale risponderebbero alle condizioni della società italiana, si pronuncia per l’adozione del sistema parlamentare”. Nel quale odg l’opzione parlamentare è da preferire alle altre non per un giudizio di valore, ma in quanto corrispondente alla democrazia compromissoria che solo il sistema parlamentare poteva garantire. La domanda oggi è: quel principio da cui partì la Costituente, con l’adozione del sistema parlamentare, che aveva le sue ragioni nel compromesso di due sistemi politico-idoelogici cui corrispondeva la divisione del mondo in campi contrapposti, regge ancora il peso dello stravolgimento degli equilibri di potenza e della scala dei valori ideologici e culturali in atto?”. Domanda ben posta, ma che dalla cosiddetta fine della prima Repubblica (dove sia la seconda nessun lo sa) nessuno ha mai avuto l’ardire di rispondervi. Si è preferito il tirare avanti con spezzoni di riforme, elettorali e di parti della Costituzione, ispirate più che al ridisegno della nostra democrazia ai vantaggi che i cambiamenti potevano produrre nelle coalizioni proponenti. Fu così a proposito della legge elettorale, cambiata poco prima della elezioni del 2006, per tentare di vincerle, e invece chi la volle approvare si mangiò poi le mani perché proprio a causa di quella legge le perse. Si provvide alla riformulazione del “Titolo V”, da parte del centro sinistra, per arginare la sconfitta del 2001 e per drenare parte del voto leghista, si votò poi la cosiddetta Devolution per permettere alla Lega di parlare di riforma federalista, mettendosi il suo fiore all’occhiello, nonostante la nuova legge fosse un passo indietro rispetto a quell’altra in tema di devoluzione di poteri alle regioni. E recentemente la Camera ha approvato, con una votazione bipartisan, un testo di riforma avanzato dalla Commissione Affari costituzionali presieduta dall’on. Luciano Violante, che il Senato non ha potuto approvare per il venir meno della Legislatura, ma che pare si intenda riprendere, che prevede tre innovazioni: la diminuzione del numero dei parlamentari, l’aumento del potere del presidente del Consiglio in materia di revoca dei ministri, la costituzione del Senato federale. La prima come risposta alla cosiddetta antipolitica, la seconda per esigenze di Forza Italia e la terza come zuccherino per la Lega. Come sia possibile costituire un Senato federale, come istituzione di secondo grado, emanazione delle Regioni o degli Stati federali, come sarebbe più corretto affermare, e non più come istituzione elettiva, senza che vi sia federalismo, è mistero tuttora non svelato. Ma anche in questo caso si tratta di riforme che non partono dal modello di Repubblica, ma affondano nell’esigenza di venire di soddisfare l’interesse di parte. Poco importa se la parte non sia quella delle coalizioni tradizionali, ma sia, e non è certo la prima volta che avviene, quella dei grandi partiti. Il punto è che l’interesse dei grandi partiti non sempre, ed è stato ampiamente dimostrato, è l’interesse della democrazia. L’interesse dei grandi partiti ha partorito la più grande lesione delle leggi che mai sia stata effettuata in passato, e cioè l’interpretazione pro domo loro della legge elettorale. Se una legge ha uno spirito, un senso, un corpo, quello della legge elettorale attuale era proprio quello dell’incentivazione alla coalizione, tanto che essa prevedeva uno sbarramento doppio alle liste non coalizzate e il recupero di una lista in ogni coalizione che non avesse raggiunto neppure la soglia minima prevista. Si trattava di un evidente incoraggiamento all’apparentamento, che s’è trasformata invece, dopo l’accordo interpretativo Berlusconi-Veltroni, in una possibilità da scongiurare, attraverso un nuovo abusivo istituto: l’esame d’ammissione preventivo. Le due grandi liste hanno soggettivamente ammesso o rifiutato liste da apparentare, costringendo, quelle rifiutate, a isolarsi dalla battaglia elettorale (sottoponendole poi anche alla violenta scure del voto inutile) e a puntare a superare uno sbarramento doppio rispetto a quello delle liste apparentate. Quanto questo abbia giovato a Veltroni è sotto i nostri, e credo anche i suoi, occhi.

3) Una particolarità, anche questa relativamente nuova è, oltre all’istituto dell’esame d’ammissione all’apparentamento, la sua mancanza assoluta d’oggettività. Qualche lista può essere apparentata perché accetta di fare gruppo unico e qualche altra può non essere apparentata nonostante accetti di fare gruppo unico. Qualche lista può essere apparentata nonostante voglia costituire un gruppo autonomo e qualche altra lista non può essere apparentata perché intende costituire un gruppo autonomo. La Lega può essere apparentata da Berlusconi ed ha costituito il suo autonomo gruppo parlamentare, ma l’Udc non ha avuto questa stessa possibilità, Di Pietro può essere apparentato da Veltroni perchè aveva accettato di fare gruppo parlamentare con il Partito democratico, così come i radicali e i socialisti ai quali però non è stato concesso l’apparentamento. In realtà la vera motivazione è stata il presunto interesse politico. Cioè la concezione di una norma di legge affidata all’interesse di parte che ep rl aprima volta in Italia è stato bipartisan o meglio bipartitico: se io ho interesse che tu sia apparentato a me hai una soglia di sbarramento anche inferiore al 2%, se io non ho interesse che tu sia apparentato a me la tua soglia sale al 4%. I due professori d’esame erano in questo in assoluto e totale accordo. Si tratta di un interesse politico del tutto nuovo rispetto alla spirito della legge che prevedeva che l’apparentamento fosse un vantaggio di per sè per le liste più grandi e queste così l’avevano recepito al punto da attribuire alle liste più piccole, non solo l’automatico apparentamento, ma anche il cosiddetto diritto di tribuna (cioè un numero di seggi assicurato nella lista del partito maggiore per alcuni candidati delle liste minori). Ma anche sull’interesse politico si potrebbe oggi davvero discutere. Prendiamo Veltroni: ha apparentato Di Pietro perché, immagino, se Di Pietro fosse andato da solo egli riteneva avesse potuto sottrargli voti, e non ha apparentato radicali e socialisti per lo stesso motivo, ma partendo da valutazioni opposte. E invece nulla di tutto questo si è verificato Anzi: se Veltroni non avesse apparentato Di Pietro, Di Pietro non avrebbe con ogni probabilità superato la soglia del 4% (ha raggiunto solo il 4,3% e sarebbe anch’egli stato vittima del voto inutile). Quindi gli ha regalato circa 40 parlamentari. Per di più. Lo stesso Di Pietro, che aveva sottoscritto non solo la decisione “necessaria per l’apparentamento”, secondo le parole di Walter Veltroni, e cioè quella di entrare nel gruppo del Partito democratico, ma anche di avviare “un processo di scioglimento e di confluenza nel Pd”, com’è stato riferito da Veltroni e D’Alema in tivù, ha clamorosamente disatteso tutti gli impegni, costituendo i suoi gruppi alla Camera e al Senato e ha rafforzato la sua identità di partito autonomo. E per di più ha avviato oggi una durissima polemica proprio col Partito democratico, accusandolo di essere troppo consenziente col governo Berlusconi, accentuando la sua collocazione rigorosamente alternativa. E questo, secondo gli ultimi sondaggi, premierebbe Di Pietro proprio a scapito del Partito democratico. Dunque l’apparentamento, anziché partorire un fedele alleato, e in prospettiva un soggetto confluito, ha generato un pericoloso contendente. Che capolavoro, Walter, complimenti. Doveva combattere la frammentazione il partito che rischia così di frammentare se stesso.

4) Rischiano di chiudersi sempre di più spazi di partecipazione democratica in Italia. Con una legge elettorale che permette a un paio di salotti di nominare deputati e senatori, quasi in modo caligoliano, con partiti che non fanno i congressi (Forza Italia non ne ha mai convocato uno e ha un vertice che nomina la base, Veltroni ha scritto recentemente che chi invoca il congresso vuole la scissione), non c’è da stare allegri. Aggiungiamo che il bipartitismo vuol pure spartirsi a dovere la Rai, mentre Mediaset è saldamente in mano al suo proprietario e i maggiori quotidiani (dal Corriere a Repubblica), sono apparsi come i più decisi baluardi del nascituro veltronismo, salvo poi essere sempre pronti a prenderne le distanze nella difficoltà. E’ un regime? E’ una democrazia autoritaria? E’ solo una democrazia in crisi? Non mi interessa tanto la definizione. Diciamo che noi non stiamo parlando solo del governo, attenzione. In passato, nei Ds, ricordo che D’Alema criticava quanti paragonavano Berlusconi a un dittatore e il suo sistema di potere a un regime. E aveva ragione. Oggi stiamo parlando del sistema Italia, non di Berlusconi. Semmai di Veltrusconi. Ed è un punto di distinzione molto importante. Penso che la differenza non sia di poco conto. E che il pericolo sia ben maggiore. Oggi il rischio non è solo di passare a una sorta di pensiero unico, grazie alla più o meno coincidente visione della società e del mondo dei due grandi partiti, ma anche di chiudere tutti gli spazi differenti e diversi in un nuovo guscio assoluto e fondato sull’interesse reciproco del bipartitismo italiano. Prendiamo il tema della sicurezza, che è tema di enorme rilievo. Che senso ha dire: la sicurezza non è di destra, parola d’ordine molto in voga per giustificare politiche della sicurezza, anche da parte della sinistra, spesso illiberali? E’ evidente che la sicurezza degli italiani è un bene che deve stare a cuore a tutti. Ma se noi montiamo un clima d’odio verso i rumeni, o i rom, che non sono la stessa cosa, se due rumeni bruciati valgono meno di due italiani uccisi, allora noi affermiamo qualcosa di molto grave. E cioè che la nostra sicurezza vale molto di più della loro sicurezza e che la nostra vita vale di più della loro vita. E questo è francamente inaccettabile. Il problema non è il reato di clandestinità, è assai più grave l’introduzione dell’aggravante della pena in stato di clandestinità, perchè significa venir meno al precetto che tutti gli uomini sono uguali di fronte alla legge, che è principio costituzionale e fonte costitutiva della nostra democrazia. Non so se l’Europa ci guardi davvero con preoccupazione. Se pensi davvero che gli italiani siano diventati tutti razzisti. Non lo credo. Però a sentimenti di paura, di sfiducia e di insicurezza spesso nella storia si è reagito colpevolizzando intere etnie e accusandole di tutti mali. A questo non si reagisce inseguendo la Lega sul suo stesso terreno, magari formando, come è accaduto al Partito democratico della Lombardia, le ronde democratiche. Senza camicia verde, e con camicia, forse, tricolore. Sono sempre gli originali e mai le copie che vengono premiati. Sarà forse il progressivo impoverimento dei ceti medi che, lo afferma il ministro Tremonti, può addirittura portare al fascismo, anche a causa dì quella globalizzazione così bene approfondita nel suo recente saggio. Ma non c’è la sensazione, oggi, che la sinistra italiana non abbia progetto, e per questo non sia in grado di produrre consenso e che per questo debba solo inseguire e imitare? Che le cose nuove, originali, e avanzate, siano più legate a intuizioni di uomini che non le sono affini? Non c’è questa percezione che la crisi della sinistra sia nelle idee o meglio nella mancanza di idee? Non c’è la consapevolezza che, come ha detto un famoso sindacalista, la sinistra in questi anni abbia smesso di pensare? Il pensiero unico non aiuta, come non aiuta neanche il pensiero vecchio. La conservazione di una identità, la difesa della bandiera non portano ormai da nessuna parte. E il limite vero del veltronismo sta in una promessa mancata di pensiero nuovo, e in una pratica di opportunismo vecchio. No, non si può fare una sinistra riformista e liberale in questo modo.

5) Non dobbiamo apparire conservatori, nostalgici di partiti e sistemi che non ritorneranno. Il senso di questo nostro incontro che si rinnova sta in una ricerca di nuovi approdi. Eppure nel vasto e variegato magma della sinistra italiana pare prevalga ancora la tentazione di rinchiudersi in casa. In quel che rimane del mio partito, il Partito socialista, si svolge un congresso su tre mozioni, e la disputa appare soprattutto sulla segreteria e il principale candidato si affretta a esporre tutte le motivazioni classiche di chi vuole conservarne la struttura, senza dirci come intende utilizzarla, verso quale approdo propone di incamminarla. I Verdi sono giustamente intenti a depecoranizzarsi e Marco Boato ha scelto a Chianciano il terreno di un’interessante autocritica anche di contenuti (meno, Grazia Francescato che ha riproposto vecchie e integralistiche terapie). I neo comunisti si dividono in cinque per sapere se devono o meno restare comunisti, angoscioso dilemma dell’Italia del Duemila, Sinistra democratica svolge un specie di congresso per conto suo. E il Partito democratico non si scinde, ma lo fa nei comportamenti. Mentre Famiglia Cristiana auspica la scissione (grave reato quello di avere ospitato i radicali), i cattolici paiono sul piede di guerra, e annunciano battaglia i prodiani, i bindiani, i rutelliani, mentre i mariniani paiono più propensi al dialogo. Anche gli ex Ds sono ai ferri corti e D’Alema afferma pubblicamente di non sapere nemmeno se è iscritto al partito, professandosi “un simpatizzante”. Di fatto si chiude nella sua fondazione, Italianieuropei, costituendo, più che una semplice corrente, un partito nel partito e dialogando con Casini e con altri in funzione di una nuova alleanza che superi la veltroniana autosufficienza.

6) Sarebbe sbagliato opporre alla strategia del Partito democratico una sorta di rimpianto della vecchia Unione e ancor peggio una vecchia idea di Unione de la gauche. Penso piuttosto a un percorso che con la gradualità necessaria possa puntare a far sorgere in Italia un nuovo soggetto liberalsocialista, la cui definizione non può tradire la mia identità, lo riconosco, anche se non ne faccio un problema nominalistico. Non sono stato nella Rosa nel pugno e non ne ho vissuto la crisi. Per la verità non l’ho neppure capita. Rivendico però una mia personale coerenza. Al Congresso del mio vecchio partito che mi ha eletto segretario nel luglio scorso ho lanciato la parola d’ordine non della Costituente socialista, ma della Costituente liberalsocialista, perché pensavo che il rapporto tra i socialisti, i radicali, i laici, i liberali dovesse essere il nostro naturale orizzonte. Si è preferito puntare sulla rinascita del vecchio Psi, che come tutte le cose morte è assai difficile far rinascere. Questo era in parte anche giustificato dalla questione socialista che era stata posta al centro dell’ultimo congresso dei Ds da due mozioni su tre, che poi, una volta scelta la via della non adesione al Partito democratico, hanno in larga parte preferito mischiare la questione socialista con quella comunista. Non si è però capito che un partito solamente identitario oggi in Italia non ha scampo. Soprattutto se l’identità riguarda solo il passato italiano e al massimo il presente europeo. Sostenere che in Italia manca un partito esclusivamente socialista è fuorviante. Non solo perchè in realtà l’Italia è sempre stata un’anomalia rispetto all’Europa, perché solo in Italia esisteva un forte Partito comunista e solo in Italia esisteva un così piccolo Partito socialista, oltre a un partito ininterrottamente al governo in una sorta di democrazia bloccata. Ma anche perché i partiti italiani erano anomali rispetto a quelli europei. Dai partiti pesanti e onnivori si è passati ai partiti vuoti. Ma questa transizione non è stata praticata in nessun altro Paese europeo, dove i partiti non avevano la forma di quelli italiani. Anche in Europa c’è stata una profonda revisione. C’è stato Blair con la sua terza via e il suo estremismo atlantico, c’è Sarkozy con la sua trasversalità, c’è Zapatero col suo laicismo. E c’è un Partito socialista francese in preda a profonde divisioni, lacerato tra conservazione e innovazione. Quando noi socialisti abbiamo parlato di identità con l’Europa non si capisce a quali riferimenti ci ispirassimo. Ma in nessun altro paese europeo c’è stato il crollo del sistema politico. Ebbene, sarebbe assurdo pensare di rendere l’Italia uguale all’Europa dopo il crollo solo italiano dei vecchi partiti. Questo mi appare il limite più grave ed evidente del progetto della Costituente socialista, così come quello di altre unificazioni o costituenti avvenute o solo promesse. Far rinascere forze politiche del pre-crollo oggi mi sembra francamente assai improbo e rischia di apparire solo un’operazione nostalgica.

7) Tra le tante idee del dopo diluvio del 13-14 aprile c’è quella della possibile rivincita. Si dice: è vero, siamo stati sconfitti perchè c’è stato il voto utile. Ma alle elezioni europee, alle amministrative, alle regionali andrà diversamente. Si tratta di una affermazione fondata su una buona dose di illusione. Credo che difficilmente le formazioni politiche così clamorosamente bocciate dall’elettorato potranno trovare occasioni di rivincita. Non la può trovare la cosiddetta Sinistra l’Arcobaleno, che oltretutto ha annunciato la sua volontà di non riproporre questa aggregazione per il futuro, non la potranno trovare i socialisti che dovranno accettare di non potere oltrepassare lo sbarramento elettorale che il Parlamento vorrà fissare anche per le Europee, e che varierà da un minimo del 3% (credo si tratti dell’ipotesi più probabile) a un massimo del 5%, non penso la potranno lanciare i radicali collocandosi ancora nelle liste del Partito democratico, né altre formazioni di ispirazione liberale.

E lo stesso Partito democratico vorrà, con ogni probabilità, concepire le elezioni europee come il primo banco di verifica della tenuta del governo Berlusconi e della sua tenuta politica come partito. Certamente l’ipotesi di una lista liberalsocialista può essere fonte dello stesso motivo di critica della lista del Partito democratico. E cioè quella riferita alla sua non omogenea collocazione europea. Vengo al punto. Se ciò che distingue noi, dico noi come socialisti italiani, noi come Ps, noi come Sinistra democratica per il socialismo europeo, dal Pd, è la collocazione europea, dovremo prendere atto che una volta che si risolve questa, o nella formulazione avanzata da Schultz dell’apparentamento interno e o in altre formule, allora verrà anche a meno la nostra diversità dal Pd e dovremo prenderne atto. Ma non credo che sia così. Non possiamo essere chiusi al rinnovamento del Partito socialista europeo e divenire i custodi di una ortodossia che non ha più alcun senso. E dunque bene l’allargamento del socialismo europeo alle formazioni liberaldemocratiche, bene il suo superamento nella formula di un nuovo Lib Lab europeo. Certo spetta al Partito democratico compiere una scelta. Non può solo “non essere”, deve anche “essere”, e questo soprattutto in Europa. Ma anche qualora dovessero essere superate le ambiguità e le reticenze del Pd in tema di collocazione europea, non verrebbero per questo meno le nostre differenze, sui temi della laicità ad esempio, ma anche sui temi della libertà e delle questioni economiche e sociali.

8) Se c’è un punto che ancora vede i partecipanti a questo percorso iniziato a Chianciano su posizioni non identiche ciò è rappresentato dalla strategia economico-sociale. Cesare Salvi, al congresso e alla prima riunione del gruppo di Cianciano, disse che era perfettamente d’accordo di creare una sinistra “libertaria” e “liberale” , ma che aveva notevoli perplessità sul liberismo, precisando che ai primi due aggettivi proponeva di aggiungerne un terzo: popolare. Pannella, naturalmente, visto che vanta la capacità di conciliare gli opposti, gli ha risposto che basta parlarne e si convincerà. E allora propongo che la prossima riunione del nostro raggruppamento venga dedicata proprio a questo. Al tema del mercato del lavoro, delle liberalizzazioni, a quello delle giustizia sociale, della sicurezza sul lavoro. Tema, quest’ultimo, di bruciante attualità, col ritmo tragico di morti quotidiane nei cantieri italiani a cui siamo purtroppo sottoposti.

9) E da ultimo la questione organizzativa. Come procedere. Avevo, nella riunione precedente, immaginato tre vie: quella di un coordinamento, quella del rafforzamento della struttura radicale, quella della nascita di un nuovo soggetto politico. Quest’ultimo è obiettivo ancora prematuro. Mi limito ai primi due che non sono minimamente antitetici. Anzi. Possiamo ad un tempo formare un coordinamento che associ le personalità, le componenti, le tradizioni presenti, e praticare la via della doppia tessera. Marco Pannella ci invita a smetterla di parlare di doppia tessera, perchè, semmai, il problema è oggi di trasformare la forma partito, affinchè la pratica della doppie o triple tessere non sia più solo una prerogativa radicale. Sono d’accordo. I partiti italiani, se è vero che hanno superato il loro cemento ideologico sono naturalmente permeabili ad adesioni libere, senza che venga richiesto agli aderenti l’unicità dell’adesione e la disciplina di partito. La vera e grave contraddizione che stiamo vivendo è che i partiti sono oggi privi di controllo democratico, ma ugualmente pretendono la fedeltà rispetto a una sorta di monogamia politica. Anzi, l’unica caratteristica che accomuna i vecchi partiti identitari ai nuovi soggetti politici è la pratica del tesseramento. I nuovi partiti sono così gusci vuoti senza democrazia, ma con la vecchia disciplina di partito. Dunque sono soggetti altamente autoritari, più che non i vecchi partiti dove almeno era assicurata, attraverso il congresso, e le preferenze alle elezioni, la pratica, distorta fin che si vuole, della democrazia politica. Nessuno pare occuparsi della forma partito in Italia. Eppure la vita democratica dei partiti è assicurata dall’articolo 49 della Costituzione, che viene così clamorosamente intaccato nella pratica. Credo che proporre ai congressi dei micropartiti più che nuovi segretari, nuovi statuti aperti alla pratica del pluri-tesseramento sia non solo un modo per dissacrare forme di partito ormai obsolete e per questo anche un po’ ridicole (i giovani socialisti proporranno uno statuto simile a quello radicale al congresso socialista), ma che possa divenire anche un’occasione per annunciare la nascita di un percorso diverso. Di un percorso possibile caratterizzato da una forma partito antitetica a quella attuale, fondata sulla libertà di associazione e sulla adesione piena alle regole democratiche.

 

 

 

Dopo Chianciano 2

Cari amici, come annunciato, vi faccio una breve relazione sul 2° incontro del “Dopo Chianciano”, svoltosi a Roma, nella sede dei Radicali, il 14 e 15 giugno.
 

Incontro, premetto subito, molto interessante, che ha posto le basi per continuare le attività, uscendo dalle premesse general-generiche, peraltro necessarie per stabilire un punto di partenza dopo la sconfitta elettorale di aprile.

 

Erano presenti esponenti di Radicali Italiani (compresi i parlamentari, anche europei), Partito Democratico, Partito Socialista, Rifondazione Comunista, Sinistra Democratica, Verdi, CGIL, Partito Liberale, Repubblicani Liberali, Giovani Socialisti.

Tra le persone, ricordo Marco Pannella, Emma Bonino, Mauro Del Bue, Rita Bernardini, Cesare Salvi, Pasqualina Napoletano, Marco Boato, Luigi Manconi, Francesco Mosca, Alberto Benzoni, Enzo Marzo, Gianni Cuperlo, Ignazio Marino, Elettra Deiana e molti altri (credo una sessantina di persone).

L’incontro è stato aperto da una relazione di Mauro Del Bue, che ha proposto alcune questioni:

1. la crisi istituzionale europea ed italiana; la necessità di riforme istituzionali e della legge elettorale (in quale direzione?); 2. la “forma-partito”, tenuto conto della deriva leaderistica in atto; cos’è avvenuto in Italia, si è chiesto, visto che il panorama politico è sconvolto, mentre in Europa ci sono i partiti di sempre? 3. la crisi della democrazia in Italia: leaderismo, partiti senza congressi, parlamentari scelti dalle segreterie di partito; 4. degrado (dissacrazione) della tradizionale forma-partito: nei partiti resta solo il tesseramento, uguale a una volta (la “monotessera”); 5. la stagione dei congressi dei partiti: è un ritorno indietro, o c’è spazio per immaginare un nuovo soggetto politico? E, se sì, con quali caratteristiche? 6. Conflitti nel PD: quale esito avranno? Quali rapporti tenere? 7. Di Pietro: il suo rafforzamento e le incertezze del PD; 8. confronto sui temi economico-sociali; 9. necessità di un coordinamento stabile.  

Cesare Salvi: ha sottolineato l’ulteriore degrado della democrazia in Italia, della qualità della democrazia; stato di diritto e libertà individuali vengono messi in dubbio della deriva “securitaria”; tutto deve avvenire sulla base di “efficienza e funzionalità”. Restano aperte molte questioni:

1. federalismo fiscale: quanto costa?

2. legge elettorale per le Europee: quale soglia, e perché, e per chi?

3. questione istituzionale: bicameralismo ecc.

4. spartizione RAI;

5. legge elettorale nazionale: dubbi di costituzionalità sull’attuale; serve una battaglia per l’uninominale;

6. attuazione art. 49 della Costituzione;

7. questione morale-questione penale.

8. Quale strumento serve per affrontare queste problematiche?

Marco Boato: apprezzamento per l’assemblea dei Mille di Chianciano: unico momento di dibattito aperto e franco; bisogna continuare questa iniziativa.
Poiché molti hanno citato l’intervento di Bertinotti, ritiene che non sia utile l’uso della categoria di REGIME; preferisce il concetto di “democrazia autoritaria con consenso di massa”.
Invita a non assumere atteggiamento conservatori, per resistere a questa “democrazia autoritaria” (ad esempio su questioni istituzionali).
Nota che sono scomparse importanti forze politiche (dal Parlamento), ma non basta un generico appello alla casa comune; e sottolinea la situazione esplosiva nel PD (per questo non vogliono affrontarla).
Come fare opposizione per rientrare in Parlamento? Con questa opposizione si resterà all’opposizione per decenni.
 
Cuperlo: riflette sull’accelerazione che ha portato al PD e alle elezioni e segnala la volontà di approfondire io senso del “partito a vocazione maggioritaria”.
 
Alberto Benzoni: no al ritorno ai piccoli partiti e alle piccole identità (anche socialista); dal “Dopo  Chianciano” deve arrivare un appello ai vari partiti in fase congressuale, per avviare una grande prospettiva, aperta ecc.
 
Luigi Manconi: sottolinea la carenza e le arretratezze del PD (del resto, ribadisce che per lui il partito è niente più che uno strumento). Bisogna rendere vivo e attivo il PD e continuare l’esperienza di Chianciano con il Coordinamento e un’Agenda delle priorità.
 
Marco Pannella: in vari interventi sottolinea due questioni: 1. la disponibilità di molti a proseguire l’esperienza di Chianciano; 2. la necessità della doppia-tripla tessera come espressione della libertà di associazione, in tempi di restaurazione dei vecchi partiti; e accenna all’esperienza dei Radicali (l’unico partito rimasto, nel rimescolamento generale).
 
Emma Bonino: sottolinea la necessità di lavorare sulla comunicazione e sull’informazione; la stagione dei Congressi non deve portare ad un ritorno agli ovili; no al pensiero unico; bisogna trovare la sede per affrontare i problemi aperti: opzione federata? No al partito-chiesa. In riferimento al mio intervento (cfr. più avanti), dice di non comprendere la questione dei territori.
 
Pasqualina Napoletano: si sofferma su alcuni temi: l’immigrazione e la crisi dell’Europa. Bisogna evitare la nazionalizzazione della politica. Dà la disponibilità a far parte di un Coordinamento.
 
Sergio D’Elia: abbiamo posto le basi per un nostro stare assieme, superando il partito unico (monotessera), partito etico.
 
Ci sono stati molti interventi interessanti, tra cui quelli di Francesco Mosca (Giovani Socialisti), dei Proff. Oreste Massari e Franco Patrono.
 
Io, intervenendo dopo Cuperlo, ho detto in sintesi:
  1. al concetto di “regime” preferisco quello di “democrazia autoritaria basata su un consenso di massa”: concetto che ci pone il problema del consenso perduto e da riconquistare; bisogna uscire dai discorsi autoreferenzali (magari basati sulle stesse analisi che ci hanno portato alla sconfitta) e passare ad affrontare problemi sociali ed economici;
  2. non basta inseguire il governo (governo-ombra; sinistra pavloviana), e non bastano le battaglie sui principi (diritti civili, riforme istituzionali);
  3. bisogna affrontare le questioni aperte tra i cittadini: sicurezza, federalismo fiscale, regionalismo, liberalizzazioni e privilegi della “casta”, sburocratizzazione e delegiferazione, scuola e formazione, rapporto con il sindacato…
  4. serve un progetto politico-culturale-economico per portare su un altro piano la discussione e il rapporto con l’opinione pubblica; un progetto non conservatore (richiamando Boato);
  5. per fare questo serve uno strumento politico plurale, che colleghi: forze politiche, associazioni, territori;
  6. importanza di portare il “Dopo Chianciano” in periferia, dove il dibattito langue, in attesa delle decisioni nazionali.
I lavori si sono conclusi con:
1. l’individuazione di un gruppo di convocatori: Mauro Del Bue, Marco Pannella, Pasqualina Napoletano;
2. la formazione di un gruppo di lavoro che deve preparare alcuni contenuti per il nuovo incontro previsto per il 12-13 luglio: Salvi, Boato, Cappato, Manconi, Deiana.
 
La registrazione audio-video della “due giorni” (e di tutti gli interventi) è in internet nel sito di Radio Radicale (www.radioradicale.it) e di Radicali Italiani (www.radicali.it).
 
Nota finale: alla fine dei lavori, Emma Bonino mi ha chiesto di fermarmi qualche minuto per approfondire la questione dei territori; mi ha fatto molto piacere, che la questione non sia passata inosservata; io ho detto la mia, ma sarebbe necessaria una bella e approfondita riflessione su questo tema, in modo da rendere chiara la questione dei “territori” e del loro rapporto con il Centro:
  1. quale forma-partito, per valorizzare i territori e un ceto politico espressione del territorio, in una struttura di partito “nazionale”, senza che prevalga il rispetto del centralismo, magari in vista di una possibile cooptazione da parte del gruppo dirigente nazionale-centrale?
  2. quale rapporto tra ceto politico locale, cittadini e strutture politiche nazionali?
  3. quali problemi devono essere affrontati prioritariamente del governo centrale (e come) in relazione ai territori (e al nostro territorio), per far fronte alla deriva localistica e xenofoba, lesiva dei diritti individuali di libertà?

Dopo Chianciano 1 

 

 

 

Domenica 15 maggio si è svolto a Roma – nella sede dei radicali, in via di Torre Argentina) un incontro per avviare il “dopo Chianciano” (“Assemblea dei mille”, 2-4 maggio 2008).

La prima cosa stupefacente è stata la puntualità dell’inizio (a me era stato detto alle 11.00, e alle 11.00 è cominciato).

L’incontro è stato aperto da Mauro Del Bue, uno dei promotori dell’Assemblea dei Mille, allora proclamato coordinatore “sul campo”.

Erano presenti, tra gli altri: Marco Pannella, Emma Bonino, Cesare Salvi, Pasqualina Napoletano, Pietro Folena, Luigi Manconi, Nicola Tranfaglia, Michele De Lucia, Marco Cappato, Sergio Stanzani, Rita Bernardini e tutti i parlamentari radicali eletti nelle liste del PD, due ex parlamentari di Rifondazione (Elettra Deiana e Buonadonna), e Francesco Mosca, il segretario nazionale dei Giovani Socialisti; in tutto 30-40 persone. Assenti giustificati i Verdi Marco Boato e Minelli.

Nella sua relazione introduttiva, dopo un’analisi della situazione politica, Mauro Del Bue ha avanzato tre proposte:

  1. creare un coordinamento stabile dei Mille di Chianciano;
  2. rafforzare il soggetto radicale come transpartito;
  3. mettere in cantiere l’ipotesi di un nuovo soggetto politico.

Subito dopo, Marco Pannella ha proposto di fare un giro di interventi, lasciando a tutti un tempo di tre-quattro minuti; e la Bonino ha proposto ai radicali (presenti in molti) di far parlare gli altri, e così è stato, sostanzialmente.

Molti interventi hanno puntualizzato la critica al governo Berlusconi e hanno sottolineato la scarsa opposizione fatta dal PD (la farsa del Governo ombra) e il ruolo di Di Pietro; numerose anche le critiche al PD come partito (la farsa delle Primarie; primarie e Governo ombra: una caricatura del sistema anglosassone, ha detto la Bonino ) e allo scenario politico venutosi a creare con il sostanziale accordo tra PD e PDL per andare verso un bipartitismo forzato.

Gli esponenti delle varie forze politiche (PS, SD, Rifondazione) hanno accennato alla stagione dei congressi (tra la fine di giugno e la fine di luglio); opportunamente la Bonino ha sottolineato come questa stagione dei congressi non debba essere vista come un’occasione  rientro nei ranghi di ogni piccolo partito.

Luigi Manconi ha precisato fin dall’inizio di appartenere al PD e di ritenere che non vi sia spazio per altri soggetti politici, concludendo che la battaglia vada fatta nel PD. Questa tesi è stata molto contestata, ovviamente.

In ogni caso è parso chiaro lo sbandamento: Sinistra Democratica non parla più della Sinistra Arcobaleno (Salvi parla, invece, di una sinistra liberale, libertaria e popolare: ha precisato “non liberista”) e Pietro Folena si è definito della “Sinistra Indipendente” (recuperando un raggruppamento parlamentare storico).

Io, per mio conto, ho detto alcune cose:

  1. lo stesso dibattito sul futuro della sinistra (del PD e di ciò che gli sta alla sinistra) sta avvenendo in periferia, per cui è molto importante che ci sia un “dopo-Chianciano”, che serva da punto di riferimento a livello nazionale;
  2. del resto la transizione non è finita: cosa sarà del PD e di questo “bipartitismo forzato”? E cosa sarà delle forze della sinistra? Bisogna riflettere sulla legge elettorale e sul referendum: se maggioritario deve essere, allora che sia uninominale, senza premio di maggioranza a liste bloccate;
  3. finché il PD è quello che conosciamo (populista, non democratico, mediatico ecc.) c’è spazio a sinistra per una forza di governo davvero innovativa (anche perché l’inganno del voto utile non funzionerà più): riflettere su nuovi modelli di partito.
  4. ma il dopo Chianciano non può essere solo “politica da scacchiera”, ovvero come si posiziona ilo ceto politico sconfitto; bisogna partire dai problemi, e ne ho citati alcuni: attuazione del Titolo V della Costituzione (se siamo d’accordo), federalismo fiscale (come lo vogliamo, se lo vogliamo), risposte da dare al Nord; scuola, energia.
  5. D’accordo con le proposte di Del Bue. E mi sono iscritto a Radicali Italiani.

L’incontro si è concluso con l’impegno a una nuova convocazione verso metà giugno.

In sostanza c’è molto da fare, in varie direzioni.

Giampaolo Sbarra

 

 

  

 

 

 

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